Oggi facciamo un altro lavoretto divertente. Avete presente tutte quelle scatoline di cosmetici, farmaci o prodotti alimentari che riempiono il vostro cestino della carta? E' carta da reclicare, sì o no? E allora recicliamola! 1.Io ho scelto formati piccoli ma nulla impedisce di fare scatole più grandi anche in previsione dei regali di natale. 2. Ho usato del gesso bianco (il mio è Maimeri coprente opaco) per dare una prima mano coprente che mi permetterà di usare meno colore per coprire le scritte e darà anche una texture interessante alla carta (si possono usare anche medium specifici per effetti particolari).
3. Una volta perfettamente asciutto, ho dipinto con acrilico bianco (ma potete ovviamente scegliere il colore che preferite) 4.5. Su un pezzetto di cartoncino qualsiasi ho ritagliato qualche sagoma a piacere e l'ho usata con la tecnica dello stencil per iniziare a decorare le scatole. Un piatto di plastica fungerà perfettamente da tavolozza per mescolare le diverse tinte. 6.Successivamente ho continuato a dipingere con pennelli e colori a piacere.
Dopo "vedo rosso", ora "tocco viola"... sì, stamane mi sento un Mida cromoforo! ;-) Tutto si spiega perchè, dopo strapazzi a tavola nel weekend, solitamente mi ripropongo un giorno o due di riso integrale e verdurine, con pochissimi condimenti. Detta così mette già tristezza, lo so, ma non è così! Il trucco, divertente per di più, sta nell'inventarsi ogni volta una salsina nuova, colorata e saporita che spesso poi diviene fonte di ispirazione per ricette successive...
E' velocissima da farsi e ottima per condire cereali o verdure o quel che si vuole. (ok, state già pensando che sta bene sulla carne, vero? ... lo sapevo, ;-) incorreggibili!)
una cipolla rossa di tropea lessata al vapore un cucchiaino di miso due gocce di tabasco (o un pizzico di peperoncino) mezzo cucchiaino di pasta di tamarindo 1-2 acciughe sott'olio un cucchiaio di salsa worchester una macinata di pepe qualche cucchiaio d'acqua di cottura della cipolla
Mixare tutto insieme. Io non ho neppure aggiunto olio in più, oltre al poco delle acciughe, ma se si gradisce...
Giornata grigia, ma io vedo rosso... rosso rabbia! Ho i nervi a fior di pelle. Ogni volta recarmi in cantiere è uno sfinimento, un'arrabbiatura, una desolazione. Non c'è fine al pressapochismo e alla mancanza di professionalità di certa gente...
..ma poi un amico mi regala una cassetta di melette nostrane, belle belle. Così mi metto ai fornelli e decido: -Stasera il rosso ce lo mangiamo e ce ne facciamo un baffo!- ;-)
cavolo rosso mezzo 2 melette rosse 2 C di olio evo 2 C di acidulato di umeboshi 1 C di aceto rosso 3-4 chiodi di garofano 3-4 bacche di ginepro 3 bacche di pepe nero sale e acqua qb
Appassire il cavolo tagliato a listarelle non troppo sottili nell'olio scaldato. Unire le mele tagliate a dadi, l'acidulato, l'aceto e tutti gli aromi. Cuocere per 20 min o quanto necessario affichè il cavolo sia morbido.
p.s.: sono stata via qualche giorno e mi sono dimenticata del tutto di questa iniziativa qui relativa a questa ricetta qui, uno dei più citati esempi di plagio in rete, da blogger. si desidera porre l'attenzione ancora una volta su chi, sempre più frequentemente, preleva materiale dai blog, senza previa richiesta e ne fa un uso sconsiderato. urge davvero un codice corretto di comportamento!
dal momento che si parla di ingiustizie e mele ;-), però, sono ancora in tempo per aggiungere questo post scriptum arrabbiato, no?
Ma sì, chiamiamolo tiramisù, giusto per intenderci e perchè questo nome ha sempre quest'effetto irresistibilmente taumaturgico, ma in effetti del tiramisù, alla fine, avrà solo la consistenza cremosa, visto che non c'è il Principe Mascarpone. Inoltre, essendoci a cena pure alcuni bimbi, la mia versione è senza caffeina.
(per 8 persone) Sbuccio 4 cachi piccolini e li cuocio un paio di minuti sul fuoco (questo per riscaldare un po' energicamente la frutta che altrimenti cruda sarebbe troppo ying, ma su questo non vi tedio oltre... eventualmente guardate qui) con un pizzico di vaniglia in polvere. Una volta raffreddati li frullo con 275 gr di silk tofu (quello cremoso), 4 cucchiai di malto di grano e un po' di buccia d'arancia. Preparo una tazza di caffè d'orzo (fatto con latte di riso anzichè acqua, caffè solubile d'orzo e un cucchiaio di malto) e lascio raffreddare. Quindi vi intingo 12 savoiardi, ciascuno tagliato a metà. In ogni tazzina pongo 3 mezzi savoiardi e copro con la crema. Lascio riposare in frigo tutto il pomeriggio. Spolvero con cacao.
Non ci fossero stati bambini avrei azzardato altri aromi e forse una nota alcolica... Se ci provate voi, sappiatemi dire.
ps: un pensiero va a Francesca a cui avrei voluto dedicare questo dessert, anche se purtroppo sono arrivata in ritardo. Basta l'idea, no?
Come hai detto tu, la vita è inarrestabile. Il prodigio della morte è l'arte di saper attendere in eterno. Concludere una vita vuol dire rinunciare a morire.
E allora vola in alto, Alda. Sempre con il tuo inseparabile rossetto e marchia a fuoco tutti i tuoi angeli amanti.
Giusto in extremis: ho scoperto da Alex che ottobre è il mese deputato alla prevenzione dei tumori al seno. Il nastro rosa è il sito che in associazione con la LILT, Lega Italiana Lotta contro i Tumori, promuove questa campagna di sensibilizzazione al femminile, ideata negli Stati Uniti già nel 1989. In rete, fra blogger, più d'uno ha deciso di aderire a quest'iniziativa cucinando o facendo comunque qualcosa in rosa. Io lo faccio così.
"Mi sto accorgendo che son giunto dentro casa con la mia cassaancora con il nastro rosa " ...
"Non perdere tempo. La miglior difesa - in questo caso, aggiungo io - è l'attacco!" Per conoscere giorni e orari di apertura dell’ambulatorio LILT più vicino, in cui effettuare anche esami di diagnosi precoce e controlli, si può chiamare, per informazioni, il numero verde SOS LILT 800-998877 o consultare il sito http://www.lilt.it
L'ispirazione nasce da sweetpaultypepad (grazie ad Alex che me l'ha segnalato).
Dovevamo essere in otto, di spirito, a cena, di cui tre bambini: ho pensato di preparare una tovaglia colorata e decorata handmade, usa e getta. Pennarelli, ritagli di giornale, colla e un rotolo di carta beige leggera han fatto il resto... Io avevo poco tempo a disposizione, come sempre, ma prendendosi un po' più in anticipo certamente si può far anche di meglio! Naturalmente si può operare per tovaglia intera (per me in versione fucsia, sotto) ma anche per singole tovagliette (le mie in versione in verde, sopra). Le possibilità sono infinite! Good craft! ;-)
ps: ad ogni commensale ho poi lasciato, accanto alle posate, un colore per aggiungere il proprio contributo...
Un appuntamento a Feltre (a 30 km da dove abito) mi offre la possibilità di passeggiare per il centro...
La giornata è inverosimilmente calda e il cielo turchese.
Per un attimo credo siano segnali morse...
[ Quand'ero piccola abitavo in linea d'aria di fronte ad una caserma, anche se a distanza di almeno un chilometro. Uno dei giochi inventati era quello di comunicare con qualche luce di quelle finestre attraverso l'accensione e lo spegnimento di una mia lampadina. E funzionava! Mi rispondevano... Quante risate! ;-D ]
Rientrando a casa, sento la necessità, come spesso accade, di velocizzare la preparazione della cena visto che il tempo a disposizione si è fatto limitato. Mi sovviene un ripieno per certi pomodori " petulanti " che io adoro e agguanto nel frigo gli unici (700 gr) che ho comperato di tutta l'estate, in un raptus molto poco macrobiotico, ma almeno molto rossi e maturi, a fine stagione.
-Ora vi yangizzo io per bene in forno!-
Incisi leggermente, li tuffo dieci secondi in acqua bollente e li sbuccio. Li frullo interi, con acqua e semi, nel mixer insieme ad uno spicchio grosso d'aglio, sale q.b. e due cucchiai d'olio evo. Metto in una pirofila di alluminio usa e getta (o più pirofiline monoporzione) 400 gr di riso roma, una manciata di olive nere snocciolate tagliate a pezzetti e un cucchiaio di capperi dissalati e bagno tutto con il liquido pomodoroso. Mescolo bene ed inforno a 180°-200° per 25 minuti coperto con carta stagnola. Scopro ed irroro con un filo d'olio ancora. Quindi mescolo un cucchiaio abbondante di lievito a scaglie con origano (o altre erbette a piacere) e spolvero la superficie e passo a gratinare ancora per cinque minuti sotto il grill. Buonissimo anche il giorno dopo.
p.s.: questa sera neppure pentole da lavare. yuppiiii! ;-)
La sfida per un macrobiotico nel fare un dolce goloso e che piaccia anche ai non macrobiotici è stuzzicante. Quando riesce nel suo intento poi è doppiamente soddisfacente. Sì, goloso e macrobiotico è possibile, senza uova, nè zucchero, nè latte.
Giacomo mi ha chiesto esplicitamente una torta al cioccolato ma s-e-n-z-a zucchero. L'ometto ha le idee chiare, ma alla mamma, con immane tristezza, non resta che constatare impotente che le scorte segrete di cioccolato fondente sono già state saccheggiate (ho detto macrobiotici, sì, mica santi...) Non posso dunque che mescolare spunti, da fonti perdute nel turbinio del tempo che passa e azzardare accostamenti che la dispensa suggerisce... ... E poi, doppio salto mortale senza rete!
Mescolo questi ingredienti asciutti: 300 gr di farina bianca 100 gr di mandorle tritate non troppo finemente (di cui tengo da parte 2 cucchiai per la guarnitura) 50 gr di uvetta 50 gr di polvere di carruba una bustina di cremor tartaro un pizzico di cannella, di vaniglia e di sale
Frullo a crema fine in un quarto di latte di riso: due pere a cui ho tolto il torsolo ma non la buccia (purchè bio) 4 cucchiai di olio di mais + 2 cucchiai di burro di soia (o 6 di olio) 5 cucchiai di succo di acero (o malto) qualche scorzetta secca di buccia d'arancia non trattata
Amalgamo bene i due componenti, asciutto e fluido. Verso in una teglia grande (30 cm di diametro) unta ed infarinata e cospargo con le mandorle tritate avanzate. Inforno a 200° per dieci minuti, quindi finisco di cuocere per altri 25 min a 180°.
p.s. se si vuole davvero esagerare, una volta fredda, si tagli a metà e si farcisca con malto di nocciole (o malto di riso mescolato con crema di mandorle o nocciole, in parti uguali oppure marmellata di albicocche).
Sìììììì. Buona, buona, buona! Capitolerà anche il commensale più schizzinoso che vi guarda compassionevolmente al solo sentir parlar di macrobiotica! ;-)
In questo giorno, per dovere della memoria, commemoro la scomparsa della mia pasta madre, dopo 3 anni di glorioso lavoro. Del resto non si può sempre far tutto... o il pane o il companatico...
per il companatico info qui per il pane, invece, la mia musa allora fu questa qui
Dovevo ancora trovare il tempo e l'occasione per inaugurare la mia nuova piccola terrina acquistata da Dehillerin.
Ho ficcato nel mixer 200 gr di tofu, uno spicchio di aglio, due zucchine crude, quattro pomodori secchi, sale q.b. Ho asciugato l'impasto con 4-5 cucchiai di fiocchi di quinoa (che possono essere sostituiti con altro tipo di fiocchi, anche se questi erano davvero adatti) e condito con 2 cucchiai d'olio evo e un cucchiaio di origano selvatico. Compattato nella formina unta. 30 min, o più, nel forno a 180° (questa volta non coperta).
A cubotti o spalmato su pane e crostini o per condirci pane o cereali. ps: la ricetta degli squittilicchi (o tarallucci che dir si voglia) è un segreto di famiglia. La suocera ha la bocca cucita... ma noi le mani leste!;-)
Può sembrare una strada in salita, ma certamente la cornice verde la fa sembrare meno dura...
A partire da quest'anno viene organizzata a livello internazionale dall'1 al 7 ottobre la Settimana Vegetariana Mondiale, con lo scopo di informare le persone sulla scelta vegetariana e con eventi in tutto il mondo (alcuni anche in Italia) per invitare ad eliminare la carne.
Dunque, io non sono completamente vegetariana, essendo macrobiotica e mangiando pertanto il pesce, ma forse potrebbe essere questo un pretesto comunque per tutti per riflettere... (vedi qui e qui) Provarci almeno per una settimana non è impossibile!
Cosa c'è dunque di meglio di una passeggiata nel verde, avvolti dalla pace e dalla luce calda dell'autunno?
e incantarsi a trovare e raccogliere le castagne?
od osservare qualche bestiolina verde? ;-)
Rientrare in casa, poi, quando il sole sta tramontando, si fa particolarmente dolce ed appagante.
E' facile dunque continuare a giocare e scherzare. Così, senza esitazioni, decido d'impastare farina di kamut con acqua e un pizzico di curcuma. Lascio riposare un poco e poi, mentre preparo il sugo, gli uomini di casa si mettono al lavoro tra le risate...
La gara scatta automaticamente: chi fa il cavatiedd più bello?
Sbollento mezzo cavolfiore nell'acqua salata. Lo ripasso in padella con olio evo, aglio e un cucchiaio di profumatissime Epices Colombo *.
In un pentolino lascio in ammollo per dieci minuti una manciatina di Hizichi in un paio di dita d'acqua fredda. Quindi le cuocio dolcemente per almeno mezz'ora, (o finchè si saranno comunque asciugate) aggiungendo solo verso la fine un po' di salsa di soia e qualche goccia di limone. La cottura prolungata farà così perdere loro l'odore eccessivo di mare. Cuocio i cavatelli per 3-4 minuti e li spadello con il cavolfiore. Impiatto e decoro con le alghe e ancora un pizzico di spezie.
"Quello che noi facciamo è solo una goccia nell'oceano, ma a me piace pensare che se non lo facessimo l'oceano avrebbe una goccia in meno"(Maria Teresa di Calcutta)
*Le Epices Colombo sono una miscela di spezie, variabili per tipo e percentuale, tipiche della cucina creola delle Antille. Se non la possedete, non disperatevi: potete comunque provare a confezionarvela da soli! La mia ad esempio è un mix di coriandolo, cumino, finocchio, carvi, alloro e curcuma. Taluni al posto di finocchio, carvi, e alloro aggiungono invece pepe nero, fienogreco, chiodi di garofano e/o ancora senape e zenzero. E' ottima per le marinature (da provare ad esempio con rhum e latte di cocco!), ma io la uso senza limitazioni, per tutto ciò che la fantasia mi suggerisce.
«Quando ero ragazzino… andavo sempre in piazza San Marco, in piazzetta, a sorvegliare i pittori, a raccogliere la pulitura delle loro tavolozze, raschiata con la paletta… Facevo bottino, tornavo a casa (forse facevo la seconda, la terza elementare) dipingevo con le dita, stendendo… Invidiavo a scuola quelli che facevano quei bei disegni, “inquadrati”, puliti… io invece mi agitavo, sporcavo, segnavo forte».Emilio Vedova
In quella Venezia dove ha abitato e avuto il suo studio per più di cinquant’anni, ora è nata la Fondazione Emilio Vedova. Collocato nei trecenteschi Magazzini del Sale a Venezia prende vita da un affascinante progetto di Renzo Piano del quale il pittore era molto amico.
Se siete a Venezia concedetevi una passeggiata sin lì (l'ingresso tra l'altro è pure gratuito). In uno spazio lungo più di sessanta metri, dalle maestose pareti in mattoni, verrete affascinati da una sorta di macchina leonardesca, un gigantesco dispositivo robotizzato (simile per funzionamento ad uno skilift) che preleva le grandi opere di Vedova dal magazzino e le presenta allo spettatore in tre serie alternate.
Un genovese e un veneziano insieme, uomini entrambi di mare: “…luce-moto-acqua verso l’aperto… ” in un museo fluttuante, un innovativo spazio espositivo, dove lo spettatore può restare fermo, perché ciò che si muove sono le opere.
Le mie foto rubate col telefonino sono davvero brutte. Voi andateci di persona! ps: per qualcuno potrebbe essere più piacevole una visita con le cuffiette, per ovviare ai rumori meccanici del dispositivo.
Solo a pensarci mi viene da piangere. No, il dolore fisico, quello è passato.
E' quella sensazione di vuoto, dilagante, che invece di placarsi sembra crescere senza sosta. Lievitare... e insieme provare lo stesso smarrimento di quando realizzi che un ladro ti ha svaligiato la casa e non hai ancora avuto il tempo di comprendere cosa manchi. Le grandi pulizie non si fanno in autunno. No.
Il frigo è praticamente vuoto. E' dura trovare qualcosa che sia un cibo coccola-tana-tampone. Metto insieme quattro cose per disperazione, perchè stasera peserebbe troppo anche decidere di mangiare fuori. L'idea è questa: wakame, vaniglia e zafferano.
Fidata cipolla, omeopatica, per stemperare le lacrime con altre lacrime. Un goccio di whisky, forte, per stordire e miso bianco per mantecare. E il riso bianco, che cancellerà ogni segno.
Stringimi forte amore mio. Durante questi 15 min di cottura, non dobbiamo fare nient'altro. Con questo risotto, stasera, tiriamo un sospiro di sollievo.
Reflusso acido da mare. Estate di calore e bruciore.
Un affannarsi infantile di richieste, pretese, come se il tempo non fosse passato, come se il tempo invece fosse diventato un passe-partout conquistato di diritto, che tutto consente. Desiderio di sorrisi. Ma la noia, la pesantezza, la prepotenza uccidono qualunque scherzo...
Confeziono questi, con pezzi di azzurro come fossero vomitati dal mare. Mare che non ho visto abbastanza, quest'estate, e che risento salato alle narici, per il primo raffreddore d'autunno. E me li "butto" alle spalle, come fossero monetine portafortuna... ma il rumore è inequivocabilmente solo quello di un buco nell'acqua.
Colpa della temperatura che è scesa bruscamente a soli 12° (alle 8.30 del mattino), oggi in piena crisi malinconica da inizio autunno o meglio fine estate, mi sono dedicata ad impastare gnocchetti. Operazione zen molto piacevole, che magicamente calma l'animo e rasserena la mente. Poi se a fine giornata il tutto viene accompagnato da una bottiglia di Incrocio Manzoni, ci si infila sotto le coperte a fare tana, cotti e contenti, come scoiattolini con la pancia piena di noccioline! ;-)
Le dosi andrebbero bene forse anche per 4 ma noi, tre macrobiotici (o meglio due e mezzo?) morti di fame, ce li siamo spazzolati tutti senza battere ciglio! ;-) Ho macinato 200 gr di grano saraceno bio (il grano saraceno è infatti riscaldante!) ed ho unito la farina ottenuta a 100 gr di farina bianca e a due cucchiai di semi di papavero (si capisce anche da qui che ne ho comperato un vagone, no?). Dunque ho impastato con acqua fredda (ho fatto ad occhio ma potevano essere all'incirca 200 cl) ed aggiustato con farina bianca q.b., se necessaria, affinchè l'impasto risulti asciutto, ma ancora morbido (consistenza a "lobo d'orecchio"). Ho lasciato riposare la palla dell'impasto in un pezzo di pellicola in frigo, per 20 minuti. Quindi ne ho ricavato dei rotolini spessi come il mignolo, li ho tagliati a pezzetti minuti e li premuti ciascuno col pollice sull'attrezzo apposito, per rigarli. Li ho fatti cuocere in acqua bollente salata, per 3-4 minuti.
Conditi con cavoletti di bruxelles saltati in padella, con cipolla rossa di tropea e sfilaccetti di seitan. Pepe e lievito in scaglie a piacere.
Il mio pensiero oggi, mentre lavoravo, è andato alla mia nonna paterna, quando mi faceva sorridere perchè, al momento dei saluti mi raccomandava di far presto nel tornare a casa. Fin qua niente di strano, per una nonna verso la nipotina... già, ma lei aggiungeva teneramente di andare pure piano! Mi sembrava già allora davvero una contraddizione, due richieste in antitesi fra loro. E' stato questo termine latino, oggi, ritrovato in questo libro (sullo sfondo, sopra), mentre facevo delle foto - festina lente - con questo suono così bello che mi ha indotto a rinfrescarne il significato alla memoria.... Affrettati piano, significa. Ho rivisto davanti agli occhi la mia nonna (che aveva un nome che era tutto un programma: si chiamava Amabile e altro nome non poteva essere più appropriato), tanto da farmi sentire perfino il suono della sua voce, la ruvidezza delle sue mani sporche di terra, nell'orto... Nonnina mia, se fossi qui, lo so per certo, mi diresti: -Porta pazienza!- Ma in quelle parole ci leggerei pure: affrettati Cobrizo, perchè in questi tempi dilatati non si può più aspettare. Perchè hai già pazientato abbastanza. Perchè la tua tolleranza ha sorvolato su troppi errori... Scrollati di dosso la pigrizia, l'ambiguità, l'opportunismo, la superficialità, la monotonia e l'immobilità altrui e guarda avanti mirando al cuore delle cose vere.
In questo fresco mattino di settembre (12,5° alle ore 8.30) il tuo caldo abbraccio è davvero un dolce buongiorno!
Se qualcuna delle mie povere parole ti piace e tu me lo dici sia pur solo con gli occhi io mi spalanco in un riso beato ma tremo come una mamma piccola giovane che perfino arrossisce se un passante le dice che il suo bambino è bello.
Ho trovato queste parole su una pagina di diario di Antonia Pozzi, del 1933, ed ho avuto subito la curiosità di leggere un po' di lei. Bionda, minuta, delicata, Antonia cresce in un ambiente colto e raffinato: il padre avvocato, già noto a Milano; la madre, educata nel Collegio Bianconi di Monza, conosce bene il francese e l’inglese e legge molto, soprattutto autori stranieri, suona il pianoforte e ama la musica classica, frequenta la Scala. Antonia ha mani particolarmente abili al disegno e al ricamo. Il nonno Antonio è persona coltissima, storico noto e apprezzato del Pavese, amante dell’arte, versato nel disegno e nell’acquerello, a nonna, Maria, vivacissima e sensibilissima. Alla fine degli anni 20 frequenta il liceo ed è subito affascinata dal professore di greco e latino, Antonio Maria Cervi; non dal suo aspetto fisico, ché nulla ha di appariscente, ma dalla cultura eccezionale, dalla passione con cui insegna, dalla moralità che traspare dalle sue parole e dai suoi atti, dalla dedizione con cui segue i suoi allievi, per i quali non risparmia tempo ed ai quali elargisce libri perché possano ampliare e approfondire la loro cultura. Antonia se ne innamora e scrive versi d'amore per lui, struggendosi in una passione contrastata dalla famiglia benpensante, che costringerà il Cervi ad abbandonarla. Antonia continuerà a sopravvivere studiando, insegnando, viaggiando, illudendo il suo cuore di una guarigione ed un oblio che mai sopraggiunsero. Troverà la pace solo con il suicidio, nel 1938.
Triste orto abbandonato l’anima si cinge di selvaggi siepi di amori: morire è questo ricoprirsi di rovi nati in noi
Pesche gialle (o meglio noci pesche) profumano la cucina, mentre sul balcone il rosmarino dà il meglio di sè. La scorsa estate avevo già largamente sperimentato questo connubio. Ora ci provo, visto che la temperatura consente di accendere il forno. Questa volta però cambio impasto e aggiungo pure qualcosa di nuovo... sì, i corn flakes e i semi di papavero!
2 tazze di farina di kamut (la mia questa volta non era integrale) ca 300 gr 50 gr di noci (una seconda volta ho provato con le mandorle) 70 gr di olio di mais bio (una seconda volta ho provato con olio extra vergine d'oliva) 100 gr di latte di riso 100 gr di malto (il mio era di grano, che facilita la lievitazione ed è parecchio dolce) 2 noci pesche 2 bicchieri di corn flakes una bustina di cremor tartaro un pizzico di sale un cucchiaio di aghi di rosmarino fresco due cucchiai di semi di papavero
Tritare noci e rosmarino molto finemente e aggiungerli alla farina, ad un bicchiere di corn flakes, al lievito e il sale. A parte unire olio, latte, malto e mescolare i due composti brevemente. Adagiare la pasta morbida in una teglia unta ed infarinata. Sistemare sulla supericie bucherellata di pasta le noci pesche a fettine. Cospargere con il secondo bicchiere di corn flakes e i semi di papavero. Cuocere in forno caldo 180° per 45 minuti.
Mi capita di ricevere una mail che dice pressapoco così:
Ho avuto modo di leggere il tuo blog e desidero complimentarmi con te. Ho trovato tutto molto interessante e coinvolgente, soprattutto il tuo post "Amuse bouche o amuse oeil?". Lavoro per XXXX, il portale di viaggi dedicato all'Italia con contenuti di approfondimento e foto delle principali destinazioni di vacanza. Il nostro scopo è quello di far conoscere quanto di più bello ed affascinante l'Italia ha da offrire. Per vedere il sito, vai su: xxxx Ci piacerebbe se tu inserissi sul tuo blog un post sul nostro sito con relativo link, o posto un link in un luogo appropriato. Siamo online da Marzo 2009 e la sede dei nostri uffici è a XXXX. Il sito presenta versione inglese ed italiana. Ciò che ci contraddistingue è la gran quantità di informazioni di viaggio che forniamo ai visitatori del sito. Abbiamo inoltre sviluppato una rete di collaboratori, italiani e stranieri, che scrivono per noi da tutta l'Italia. Ci occupiamo anche di selezionare e pubblicare foto così da potere far conoscere i paesaggi e gli scorci più belli d'Italia. Se hai domande sul sito, provvederò a risponderti quanto prima. Cordialmente, XXXX
Eh certo, ce le ho sì le domande! Quindi ti rispondo per mail: Ti ringrazio per l'attenzione dedicatami e i complimenti, ma non mi è molto chiaro però quanto mi chiedi, visto che non mi occupo di viaggi se non per piacere personale. Parli di una rete di collaboratori, italiani e stranieri, che scrivono per voi da tutta l'Italia. Vuoi forse propormi una collaborazione professionale? Desideri che io pubblichi un link al vostro sito. Desideri forse sponsorizzare il blog di Cobrizoperla? Rimango a tua disposizione, qualora tu volessi spiegarmi meglio. Ma se in una tua seconda mail mi dici solo: Quello che vorremmo che tu faccia è scrivere un post nel tuo blog su XXXXX o mettere un link a noi. Se questo è qualcosa che ti interessa fammelo sapere.
Replico qui: Non conosco il lavoro di XXXX, non conosco le persone che vi stanno dietro, non conosco il prodotto che vende se non per l'homepage del sito. Perchè dovrei promuovere una cosa che non conosco e non ho testato? Allora, mi chiedo, è faccia tosta o testa dura o, come si dice, "finta di pomi"? Cordialmente Cobrizo
Tempo di vacanze, anche se non per tutti. Ancora qualche lettura, dunque, anche se decisamente non disimpegnata. Non voglio gufare, visto il tema, ma riprender in mano ogni tanto questi testi mi fa riflettere...
"MALATTIA COME DESTINO" e "MALATTIA. LINGUAGGIO DELL'ANIMA"
di Thorwald Dethlefsen e Rüdiger Dahlke. Edizioni Mediterranee
Un'interessante interpretazione della malattia vista non come puro accidente o disturbo casuale, ma tangibile espressione degli aspetti repressi, temuti e accantonati della propria vita. Da qui Thorwald Dethlefsen e Rüdiger Dahlke, psicologi e psicoterapeuti tedeschi, invitano quindi a non combatterla, ma prima di tutto a capirla. Le malattie ancora una volta sono credute un'informazione della coscienza, un messaggio dell’anima attraverso il corpo che vuol esprimere una sua urgenza. E' importante quindi comprendere, integrare, colmare...
Proprio questo è lo scopo: imparare dai propri sintomi e crescere. Se ci assume la responsabilità del proprio destino, la malattia si trasforma in opportunità e permette di dare una risposta alle indicazioni che ci segnala. In ciascuno dei due libri vi è una prima parte sulle premesse teoriche per la comprensione e la guarigione e una seconda di illustrazione delle malattie con molti esempi di esse, secondo i vari organi implicati.
vedi anche QUI (con l'aiuto eventualmente di questo)
Tutto ciò che è alternativo desta la mia curiosità. Non sempre la soddisfa, per carità, soprattutto quando è fine a sè stesso, ma, tempo permettendo, mi ripropongo sempre di tentare di documentarmi e cercare di tenere la mente aperta e libera da pregiudizi. Conoscevo qualcosa di Rudolf Steiner, ma non mi avventuro certo a parlarne qui, visto la complessità dell'argomento e rimando chi fosse interessato alla lettura dei suoi testi. Quello che vorrei però condividere con voi è la scoperta di questo libro, per mano di un'amica, che me lo ha prestato.
Medicina antroposofica familiare di Sergio Maria Francardo Edilibri ed - 22 euro
La medicina antroposofica è una medicina alternativa che è nata e si è diffusa in Germania e in Svizzera, dopo la fine della 1^ guerra mondiale per merito del filosofo austriaco Steiner e di una dottoressa olandese, Ita Wegman. (E' la Wegman nel 1922 a costiture per esempio una "fabbrica farmaceutica", che diventerà l'odierna Weleda SA, conosciuta ed apprezzata sicuramente da chi ama i prodotti naturali) Secondo le loro teorie, l'essere umano è costituito da quattro parti: una corporea, il corpo fisico, e tre di natura immateriale che sono il corpo eterico (le forze che danno forma alla vita), il corpo astrale (i sentimenti) e il corpo egotico (lo spirito). Solo l'armonia fra questi diverse parti garantisce l'equilibio e la salute. La malattia invece è sempre una rottura di questo equilibrio, sul piano psichico dunque, oltre che fisico. So che qualcuno potrebbe obiettare che dunque rientra nell'area delle pseudoscienze, dal momento che non si fonda sul metodo sperimentale, base della scienza moderna, ma per me non è un motivo sufficentemente valido per non riconoscerne la validità, credendo già ad esempio nell'efficacia dell'omeopatia. Aggiungo solo che attualmente la medicina antroposofica è diffusa in 67 paesi del mondo e viene praticata in ambulatori, centri terapeutici, cliniche ed ospedali, anche a carattere universitario. In alcuni stati è integrata nel sistema sanitario pubblico e le prestazioni sono rimborsate dalle assicurazioni private.
L'autore, Sergio Maria Francardo, è un medico non a caso autore anche di numerosi articoli e conferenze sull'importanza della qualità alimentare, l'alimentazione macrobiotica (vedi ad es. qui), la diffusione di un'agricoltura e di un'industria della trasformazione dei cibi orientata a difendere la salute per la prevenzione delle malattie. Egli sostiene che l'antroposofia non è una dottrina, ma una via di conoscenza, perchè è giusto che assuma un carattere diverso a seconda dell'ambiente culturale che la accoglie e a seconda della personalità che le si accosta. Con un linguaggio piano e comprensibile, cerca di illustrare il significato più profondo della malattia, al di là della necessità dell'aiuto momentaneo per alleviare la sofferenza, analizzando a fondo la biografia individuale del paziente. In una seconda sezione del libro, illustra infine i vari rimedi secondo esempi clinici reali e frequenti come la tosse, il mal d'orecchio, di schiena, di testa, allergie, eczemi, dermatiti, cistiti, stitichezza, disturbi del sonno, ecc. I farmaci tradizionali vengono limitati alla reale necessità. Quelli ritenuti dannosi alla salute sono impiegati solo in casi eccezionali ed indispensabili. C'è invece una saggia tendenza a preferire sostanze naturali (tratte per lo più da minerali, piante e talvolta anche da organi di animali) nella preparazione dei medicamenti, tutti confezionati in speciali laboratori e commercializzati nelle normali farmacie. Ciò che è significativo è dunque questa concezione di alleanza terapeutica tra medico e paziente, in cui la medicina non è vissuta solo come insieme astratto di dati scientifici o statistici, ma come storia umana e personale di cui sia medico che paziente devono essere consapevoli.
Non vi dico di più! ;-) Leggetevi il libro, se vi ho incuriosito, o per ulteriori informazioni sulla medicina antroposofica andate qui
Catena color bronzo a più fili, regolabile, con vetro vintage e pendaglietto di vetro a fogliolina. Le due grosse boules sono in vetro di Murano, soffiato a bocca.
L'umeboshi è un vero caposaldo a cui ogni macrobiotico che si rispetti non può rinunciare. Non sto qui ad elencarne caratteristiche e proprietà che potete abbondamentemente leggere qui e qui, ad esempio, o in mille altri posti in rete. Testi cinesi di duemila anni fa del resto ne descrivevano già le proprietà medicinali! Per i più l'umeboshi risulta bruttina, talvolta inquietante nell'aspetto ed eccessiva nel suo forte contrasto acido salato. Il segreto è mescolarla con fantasia ad altri ingredienti e dosarla con parsimonia ma anche goderne per tutti quei fattori che esulano dai suoi potenziali sul piatto e nello stomaco (fantastica sciolta in acqua bollente con kuzu, contro l'acidità di stomaco e problemi d'intestino per il suo potere alcalinizzante). Un esempio semplicissimo? Provate a metterne un pochino sulle punture d'insetto e lasciarla seccare! (rinnovandola all'occorrenza, ottimo e naturale anche per i bambini). Meglio ancora se, come me, avete le umeboshi in pasta, anzichè le ume intere, più facile da stemperare nei condimenti e dosare per ogni uso. Per l'alta percentuale di sale non ha problemi di conservazione anche fuori dal frigo percui può comodamente essere tenuta in un piccolo vasetto da medicinale o cosmetico vuoto e ben lavato, in borsa.
Possedevo già le singole spezie ma averle trovate ben miscelate e calibrate in questo melange profumatissimo mi ha convinto a prenderlo senza esitazioni. Chiamata anche "5 spezie", la "5 profumi" è un mix di spezie che unisce cannella, coriandolo, chiodi di garofano, paprika, zenzero, finocchio e badiana (anice stellato). Adatta per le marinature nella cucina cinese, si sposa a piatti di carne e pesce. Si accorda meravigliosamente con verdure come il peperone, zucchina, melanzana insieme a coriandolo, zenzero ed erba cipollina freschi.
Io però ho fatto una marmellata di albicocche (senza zucchero, sì, ma dolcificata con malto e addensata con agar agar) e l'ho profumata con zeste di limone e queste 5 meraviglie.
Non sto a dirvi quale sia il profumo che aleggia in casa... Penso che sarà buonissima sia per usi dolci che salati, visto il dolce acidulo dell'albicocca.
ps: se si desidera conservarla a lungo basta cuocerla poco e poi sterilizzarla a bagnomaria per 10-15 min. a seconda della dimensione dei vasetti (invasata bollente in vasetti altrettanto sterilizzati, ovviamente). Reggerà benissimo nel tempo: ne ho di tre anni fa, buonissima ed intatta, garantisco!
Se la voglia di lavorare è pochina, la voglia di cucinare, in questi giorni, è ancora meno. Zucchine e fagiolini però non sentono ragioni e straripano dal frigo, provenienti dagli orti delle nonne che non concedono tregua e sparano "proiettili verdi" quotidianamente! Curati, attesi ed agognati per un anno, cominciano poi anche a risultare quasi un po' antipatici, per la loro invadenza... Allora non resta che ingegnarsi per inventare sempre nuove forme, per declinare queste due "cose verdi"in nuovi piatti, se ancora fosse possibile, chiedendo a sè stessi pure il prodigio di compiere la magia nel minor tempo possibile.
Questa è la volta del fagiolino.
Le dosi quindi sono un po' ad occhio perchè anche l'uso della bilancia è troppo impegnativo! ;-) Sarà stato mezzo chilo di fagiolini freschissimi appena colti nell'orto (ancora caldi dal sole), gettati in due dita di acqua bollente leggermente salata, insieme a due spicchi di aglio. A parte ho lessato due manciate di fagioli freschi (congelati privati di bacello) con una foglia di alloro. In un cucchiaio d'olio ho rosolato un tritino di cipolla, carota e sedano e ripassato i fagioli cotti. Una volta insaporiti, li ho frullati con appena un'idea di salvia e rosmarino (non troppa!). Salato e pepato q.b. Ho frullato i fagiolini, ma un po' grossolanamente, quindi unito questo passato a quello molto fine dei fagioli. Ho servito freddo con un filo di olio d'oliva (il mio era bio veronese) e un pizzico di anice stellato tritato, per un tocco nuovo.
La furbizia è stata in realtà trovare nel frigo (accanto alla scorta di fagioli interi) una buona dose di passato di fagioli opportunatamente già preparata e congelata a suo tempo. ;-) In barese, una delle nonne avrebbe detto "Stipa ca truova".
L'elefante rosa dello sfondo non è opera mia, ma di Giacomo.
Ancora su Parigi. Trovo finalmente il tempo per riordinare qualche appunto di viaggio, giusto come promemoria per me. Forse però così potrà risultare utile anche a qualcuno di voi, chissà...
Amo la disponibilità e l'offerta di world-food delle grandi metropoli! Sebbene nella patria dell'haute cuisine, non è facile però per dei macrobiotici a Parigi evitare burro, formaggi e carne... ;-) Quando ci si riesce, con un po' di oculatezza, accade talvolta di assaporare vere bontà , magari pure in angolini incantevoli...
Questi piatti colorati, (assiette complet au tempeh in primo piano e assiette complet à l'avocat l'altro, con tè al gelsomino) provengono ad esempio da Le 5 saveurs d'Anada (specialites vegetariennes et macrobiotiques) che ben ha soddisfatto le aspettative suggeritemi dalla mia cara Petula.
72 rue du Cardinal Lemoine Metro: Cardinal Lemoine tel. 01 43295854 chiuso il lunedì
Un'altra piacevole alternativa è Le Gran Appètit, a sud della meravigliosa Place des Vosges: ristorantino con negozietto annesso (con pane, dolci e prodotti bio e macrobiotici e piccola attrezzatura per cucina macrobiotica o giapponese) nonchè piccola libreria in tema.
9, Rue De La Cerisaie Metro: Bastille tel. o1 40 27 04 95 (chiuso sabato e domenica sera)
Micro ristorantino non macro(biotico), bensì giapponese, che offre una deliziosa varietà di pesce, soprattutto a cena (o menù più economico a pranzo con due entrée, un plat complet e un dessert a scelta) è Chez Miki, tra l'Opéra e la Bibliothéque Nationale, già segnalato da Kja. Non immaginatevi un posto "laccato & leccato"ma l'equivalente piuttosto di una piccola osteria un po' "lezzona" con sei sette tavoli, gestita da due simpatiche ragazze che effettivamente riescono a fare piccole magie in uno spazio tanto ristretto.
5, rue de Louvois Metro: 4 septembre o Pyramides (chiuso lunedì e domenica a pranzo)
Altro grazioso ristorante vegetariano Le Grenier de Notre Dame, ricco di verde anche all'interno:
si trova in rue des deux Ponts 17 - Ile de Saint Louis, tel. 01 46346041 (ma anche in una seconda sede in rue de la Bucherie 18 01 43299829). Le foto dei piatti? Eh, me ne sono ricordata sempre e solo a piatto finito! ;-) L'ho detto che non sono una food blogger, ma solo una buona forchetta, no?
Impagabile streetfood da L'As du Fallafel. Indimenticabili pita ripieni di falafel e melanzane fritte e verdurine fresche che non richiedono ulteriori commenti, al di là del nome che è davvero una garanzia (anche per Lenny Kravitz, pare, dalle foto appese recentemente alle pareti ;-). Oltre al takeaway, possibilità di mangiare anche all'interno, seduti e serviti da simpatici ed efficienti ragazzi.
questa foto da flick
34, rue des Rosiers tel: o1. 48876360 chiuso sabato
Lì poco distante, in rue des Ecouffes 24, la storica panetteria ebrea Sacha Finketsztajn (nella foto sotto a destra) per qualche dolcino kasher (o kosher, secondo la dizione yiddish) o Au Levain du Marais ottimo pane di segale con l'uvetta, in rue de Turenne 32.
Per lo shopping non posso che segnalare attività che riguardino ancora i miei piaceri. Negozietto di spezie Izraël, chiamato anche il mondo delle spezie (nella foto sopra a sn), piccolo ma zeppo di specialità, in rue François-Miron 30 (Metro: Saint Paul)
Se siete amanti della senape, imperdibile la Boutique Maille in Place de la Madeleine:
meraviglioso assortimento di più di trenta tipi di senape, vinaigrette ed aceti, anche in piccole confezioni, ideali per assaggi o per regali. Qualche esempio? Con arancia e zenzero, albicocca e curry, limone ed harissa, olive e lemongrass, fichi e coriandolo, cassis di Dijon, succo d'uva e miele, ecc...
Fantastico magazzino su due piani di materiale per cucina e pasticceria professionale e non: Dehillerin. Vecchi scaffali in legno e attrezzi appesi al soffitto. Oggetti di tutte le taglie, dalla normale alla maxi, per grande ristorazione: un incanto per gli occhi!
Per gli appassionati del genere tanti salon du té: giusto per sceglierne uno, anche se un po' snob (ma sennò che francese è? ;-) Mariage Frères dove si può anche pasteggiare anche con ricette a base di tè (es.Noisette de lotte, sauce pamplemousse au thé Ylang Ylang o Tartare de Saumon au thé Matcha) o far merenda con un dolce (ma, attenzione, non certo macrobiotico!). Non certo economico, ma merita almeno una visitina.
5, rue du Bourg-Tibourg tel. 01 43471854
Questa volta ho apprezzato per gli acquisti, meno ricercato e con un'allure più orientale, La Route du Thé. Ampia selezione di té puri o profumati affiancata da un variegato assortimento di porcellane, teiere ed altri accessori. Vi ho trovato un buonissimo Risheehat Darjeeling first flush ed un inebriante Grand Jasmine Celest!
questa foto dal sito
5 rue de la Montaigne Ste Geneviève (ma anche in rue Mademoiselle 2 e in rue Lacépède 14) vedi qui
Neanche a farlo apposta, solo appena ritornata, ho scoperto nuove segnalazioni di posticini che mi sono mangiata le dita di non aver visitato... Vabbè, vorrà dire che BISOGNERA' ritornarci! ;-)
Dopo una manciata di giorni trascorsi al mare tra qualche goccia di pioggia, un'afa improvvisa e un esercito di zanzare, ritorniamo a casa, più stanchi di prima.
Giusto il tempo per disfare le valigie, fare qualche lavatrice, organizzare un servizio incrociato di babisitteraggio nonnesco a prova di bomba e rifare le valigie. Dopo interminabili scavi nella sabbia, tonnellate di secchielli pieni d'acqua, formine multicolor, e odiosissime giostrine mangiasoldi, qualche giornata ora spetta fortunatamente anche a noi: quasi come fidanzatini in totale libertà, come da un po' non succede. Come dimenticarsi di tutto e di tutti, girando naso all'insù, sotto un cielo che pare londinese, camminando fino allo sfinimento, ritornando nei posti più cari per ritrovare sapori indimenticabili e cercando e spulciando angoli nuovi a caccia di perle e cosine vezzose per le mie creazioni...
Queste sì che son vere vacanze!
E mi spiace se vi deludo: la giusta dose di nostalgia, ma niente senso di colpa per chi questa volta rimane a casa. Ce n'era davvero bisogno per tutti e tre! Per quanto mi riguarda, come ha detto una mia cara amica: -De vez en cuando necesito la dosis de ciudad!-
... Si svuota il mare delle sue scorie, il vento gioca con gli oggetti, il sole ogni cosa abbraccia e il tempo vicino al mare conta e tocca quanto esiste ...
P. Neruda
chips di labradonite, cristalli e acquamarina grezza
Parlando ancora di pane e companatico, ho dimenticato di avere del pane integrale di farro che ora, induritosi, mi spiace buttare; così decido di fare delle semplici polpettine profumate. Lo taglio a cubettini (saranno due etti) e lo lascio ammorbidire nel latte di soia. Intanto trito finemente un porro (compresa la parte verde) con abbondante timo e origano freschi e uno spicchio di aglio. Faccio rosolare dolcemente in uno-due cucchiai di olio di sesamo. Unisco 300 gr di seitan macinato molto fine, un pugno di pistacchi tostati e tritati grossolanamente a coltello, un po' di miso per salare (meglio unirlo al seitan prima di tritarlo così si amalgama meglio) o sale e qualche buccetta d'arancia essiccata e tritata (in mancanza di buccia di limone bio al momento). Cuocio ancora per dieci minuti facendo attenzione che non attacchi perchè il composto è molto asciutto (ma non aggiungo liquido!). Unisco il pane strizzato e tritato con un ciuffo di prezzemolo, mescolando bene con le mani e lascio riposare. Formo delle palline grandi quanto una grossa noce. Le ungo leggermente e le faccio rotolare in un piattino in cui ho messo qualche cucchiaio di farina gialla di mais mista a Nanami Togarashi (se non la conosci, clicca qui) Le cuocio in forno per 20 minuti finchè si dorano un poco, altrimenti possono essere comunque fritte.
Servite con una salsina composta da sciroppo d'acero, aceto di mele, salsa di soia, zenzero, aglio e peperoncino in dosi ad occhio.
Non amo la musica folk ma ci sono sempre le eccezioni... oggi trovo simpatico il suono di questo folk gothic cabaret.
Cobrizo si alza di buzzo buono, stamane. E' da un poco che ci sta pensando e riflette sulle varie soluzioni di surrogati vegan in rete. Desidera un'entrée veloce, una cosa sfiziosa da mangiare con il pane, che non sia formaggio, ovviamente, nè il solito tofu (che non trova mai il tempo di provare a fare in casa). Non pensa neppure ad un patè... Mescola allora 125 gr di latte di soia (non dolcificato) con un cucchiaino di agar agar. Pone sul fuoco e fa sobbollire dolcemente per un paio di minuti. Lascia intiepidire. A parte nel bicchiere del frullatore ad immersione mescola 2 cucchiai di tahin con 2 cucchiai di lievito a scaglie, un cucchiaino di succo di lime, 2 cucchiai di yogurt di soia, un pizzico di zenzero secco, un cucchiaino e mezzo di senape (ne utilizza una qualità al pepe verde che si presta al caso, altrimenti quella classica, pensa, andrebbe ugualmente bene, con qualche grano di pepe verde). Unisce infine il latte con l'agar agar e frulla bene. Versa in un formina di alluminio bagnata, sul cui fondo ha tagliato con la forbice qualche stelo d'erba cipollina fresca. Ripone in frigo per un paio d'ore.
La texture risulta interessante. Sufficientemente consistente per essere tagliato a fettine o cubetti e morbido il giusto per essere spalmabile, secondo le necessità.
La prossima volta, pensa, verserà il composto direttamente negli stampini dei cubetti del ghiaccio, con diverse guarniture in ciascuno (sesamo, origano, pomodoro secco a pezzettini, pepe rosa, mandorle a lamelle, ecc...) oppure potrà variare anche gli aromi direttamente nel composto.
Ho conosciuto un uomo che stava seduto sul mare. Per mesi e mesi girava in tondo, solcando sempre gli stessi flutti. Un giorno alla settimana, sempre lo stesso giorno, sempre alla stessa ora (le dodici) scendeva dalla sua sedia e metteva piede sulla terraferma per incontrare la sua bella e baciare i suoi bambini. Quindi alle diciotto riprendeva nuovamente il suo dondolio in tondo... Gli ho chiesto: -Come fai a resistere, lontano, immobile in questo moto circolare perpetuo?- -Mi tengo aggrappato, saldo, alla mia chitarra e sbarco un sol giorno, a metà tragitto per recarmi sempre nello stesso posto e per comperare un orologio- Ogni giorno, al tramonto, al suo polso vedevo un orologio diverso. I colleghi lo prendevano in giro per questo vezzo, così poco consueto in un uomo di mare e tantomeno io, estranea a quel mondo, avevo una giustificazione a questa particolarità. Una sera gli ho chiesto di provare uno dei suoi orologi. Ho visto il suo sguardo annacquarsi e farsi smarrito. Il suo galleggiante pesava e ciondolava, ora, attorno al mio polso più sottile. Intorno, il mare era sempre uguale a se stesso. Come per il più antico dei naviganti, necessitava interrogare la sua stella polare, il suo bastone di Giacobbe, nell'attesa che quelle braccia si fondessero nuovamente...
In previsione di una merenda "bambinesca", prendo 250 gr di grosse ciliegie lavate e le snocciolo. Sbuccio e taglio una mela dolce a pezzetti e mescolo la frutta con uno-due cucchiai di marmellata di ciliegie senza zucchero.
Impasto 200 gr di farina di riso, 100 gr di farina integrale bio, 2 cucchiai di malto di riso (sciroppo d'acero o miele), 50 gr di margarina vegetale bio, 50 gr di olio di mais bio, un cucchiaino di vaniglia, mezza bustina di cremor tartaro, un pizzico di sale e latte di riso q.b. per avere un impasto fluido. Ungo una teglia grande antiaderente da 28 cm. Verso un terzo del composto sul fondo. Adagio con delicatezza la frutta e la copro con il rimanenente impasto. Passo in forno caldo (180°) per mezz'ora o poco più.
p.s.: si noti l'appunto su carta di fortuna per non dimenticare la ricetta inventata al momento! ;-)
Il quesito che un macrobiotico (ma penso anche un vegan o un vegetariano) si sente rivolgere più spesso è: - Ma allora cosa mangi??-. Se poi in ballo c'è un invito a cena, l'interlocutore, perplesso e pensieroso, aggiungerà: -Ma allora cosa posso cucinarti?- E' buffo, se ci si pensa. Un macrobiotico in realtà si accontenta di poco e gode veramente di cose molto più semplici a farsi che dirsi. Un minestrone, una pastasciutta, un'insalata di farro, un risotto sono alla portata di ogni massaia che un po' si dia da fare ai fornelli, no? (no, i 4 salti in padella no, ;-) per cortesia, piuttosto un aglio olio e peperoncino, ok?). Se si vuole strafare ;-), un po' di pesce è una sorpresa graditissima! In fondo basta togliere, anzichè aggiungere: cucina per sottrazione, ne ho già parlato (qui e qui)... Via burro, via formaggio, via carne ... e il mostro macrobiotico tanto temuto si siederà alla vostra tavola come un qualunque altro essere mangiante! ;-D disponibile e gaudente. Anzi, badate di aumentare le dosi. I macrobiotici, al contrario di quanto si pensi, mangiano parecchio e vi daranno soddisfazione chiedendo il bis!!!
Il pretesto di questo post è dunque un piatto semplice, saporito, sano e non triste. Sandradi Un tocco di Zenzero ha cucinato un risotto veloce, delicato ma delizioso con scorfano cappone, zucchine, gamberi e bottarga e mi ha gentilmente invitata alla sua tavola con i miei colori e pennelli. Poi insieme abbiamo pensato che la cosa forse poteva risultare gradita anche a Evelyne di Pasticci&pasticcini, per la sua raccolta "Tutto ruota intorno ad una zucchina" E allora eccovi la ricetta (qui) e la mia illustrazione (se ci si clicca sopra, la si vede un po' meglio) di questo risotto che ho scherzosamente definito "fantasma" perchè tra un impegno e l'altro tardava a concretizzarsi e dopo un passaggio lungo la valle padana, da ovest ad est e ritorno, il riso è rimasto nella mia matita... ;-D
Da quando ho iniziato a pubblicare le foto dei bijoux che realizzo mi è capitato di ricevere spesso delle mail con richieste di informazioni in proposito. Per comodità e trasparenza ho deciso di raggruppare qui i quesiti più significativi e frequenti. Forse a qualcuno potrà interessare.
I bijoux sono realizzati da te? Certo! Come i dipinti, le illustrazioni, le foto e i testi di questo blog, (fatta eccezione per le fonti che cito), anche i bijoux sono realizzati da me. Ciascuno è un pezzo unico, confezionato a mano. Dove trovi il materiale che impieghi? Solitamente in viaggio, non appena ne ho l'opportunità. Mi pare che così i pezzi acquistino un valore aggiunto, ma forse è una questione affettiva solo mia... Sono in vendita? Sì. Come posso fare per averli? E' sufficiente scrivere una mail al mio indirizzo cobrizoperla@gmail.com e richiedermi ogni informazione su modalità di spedizione, consegna e condizioni di vendita, come hanno fatto le persone che già li indossano. Che tipo di materiali usi? Pietre dure, vetro nuovo e/o vintage, cristallo, resina, legno, osso, corno, perle, swarovski, filo argentato, dorato, di rame o comunque anallergico o quanto altro la fantasia mi suggerisca. Non sempre lo specifico perchè mi dimentico o perchè penso non interessi. Se desiderate specifiche, scrivetemi. Realizzi solo orecchini? No, anche collane, portachiavi, bracciali,... E' possibile avere un modello simile ma con colori diversi? Sì, nel limite della disponibilità di materiale, ma sempre secondo mia discrezione. Mi spiego meglio, cerco assolutamente di accontentare le richieste specifiche, ma non proporrei mai un abbinamento che non convincesse anche me! Nella categoria "bijoux" a destra, tra le etichette, troverete solo alcuni dei pezzi realizzati. Non li posto tutti perchè questo non è solo un craftblog e pertanto temo sempre possano stufare tanti ninnoli...Se lo gradite, potete comunque sempre chiedere, specificare il genere che preferite e magari vi mostrerò altre foto. Posso usarli anche se sono allergica? I metalli argentati, dorati e di rame che uso mi sono stati garantiti come anallergici (senza nichel). Certo dipende dal grado di sensibilità, ma a tutt'oggi i pezzi non hanno mai creato problemi a coloro che hanno deciso di indossarli. Posso eventualmente, se il modello lo consente, (come qui) sostituire la monachella sterling silver con una argento 925. Le monachelle ad amo dei modelli del post scorso (vedi qui) invece sono realizzate da me, a mano, a partire dal filo argentato. Ho in progetto in futuro di lavorare con fili più preziosi, ma su questo si vedrà... Spero di non avervi annoiato (soprattutto voi uomini). Ora fatevi avanti con altri commenti, suggerimenti, critiche!
So di essere un bastian contrario, una pecora nera... ho visitato Istanbul d'istinto e solo a posteriori ne leggo e mi documento, secondo le emozioni che mi ha lasciato.
Ora sento che desidero profondamente ritornare in questa città, come se non avessi colto qualcosa. O come se appositamente vi avessi scordato qualcosa, per ritornarvi...
Sabato, per caso, in libreria l'occhio mi è caduto su questo, che sto leggendo in questi giorni:
«Quando sono salito sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancora più bello di vedere le due rive assieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte tra le due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere. Per me non esiste altra città, altra vita, che possa essere paragonata a Istanbul. Ci sono dei giorni che mi sento fortunato per il solo fatto di essere nato qui: le strade di Istanbul brulicano di così tante storie che da sole basterebbero a ispirare migliaia di scrittori per centinaia di anni. Altre volte questa stessa ricchezza mi fa sentire inadeguato. Vivere, come ho fatto io, per mezzo secolo in una stessa città restandole fedele come si resta fedele a un destino, rende la città una parte del corpo e dell’anima di chi la abita. Per me l’anima di Istanbul è come una buona amica che mi è sempre accanto e che riflette le mie gioie e le mie tristezze. Ma le città hanno un’anima? E se sì, cosa costituisce l’anima di una città? La sua grandezza, la sua cultura, la sua storia? L’immagine delle sue strade e dei suoi palazzi scolpita nella nostra memoria? Le sue folle o i suoi silenzi? Dove la riconoscete? Nelle sue giornate di nebbia o in quelle di sole? Lungo il fiume che l’attraversa o, come nel caso di Istanbul, sulle sponde del mare che penetra fin nel cuore dell’abitato? Dove avvertite la sua anima? Guardandola dall’alto di una collina o ascoltandone il mormorio in un sottopassaggio? Immersi nell’umidità del suo respiro? Forse l’anima di una città è ciò che avvertiamo la notte mentre, tutti insieme, ci agitiamo nervosi nel letto come animali stanchi, cullati dal suono delle sirene delle navi nella nebbia. Sono convinto di una cosa: quest’anima non solo esiste, ma è in perenne mutamento e con essa si trasforma l’identità della città. La nuova e fiorente Istanbul di oggi non ha nulla a che fare con la città triste e provinciale di quando ero bambino. Vivere a Istanbul mi ricorda quanta solitudine può esserci in una folla. Nel suo mormorio interminabile percepisco le voci e il respiro della gente sfibrata, nelle strade ritrovo il fascino della vita, ma anche un sentimento di futilità, di vanità. Quel lasciarsi andare nella consapevolezza che mai nulla sarà integro, completo, perfetto.»
(da un articolo di O. Pamuk su Tuttolibri)
Vi lascio qualche foto, anche se non sono granchè...
Moschea Blu
vedute sul Bosforo
Palazzo Topkapi
Santa Sofia
venditore ambulante di simit, deliziose ciambelle salate con semi di sesamo
Mi lamento spesso che in questa piccola città non c'è niente, che c'è poca offerta, che non ci sono spunti... ...ma ogni tanto bisogna anche ricredersi e magari diffondere con altrettanta convinzione notizie come questa!
Domenica 24 maggio a partire dalle ore 9, in tutte le piazze e le vie del centroavrà luogo:
la 2^ edizione di "Belluno Balocchi"
E' l’occasione offerta a tutti i bambini, e non solo, per incontrarsi in una grande manifestazione dedicata ai giochi, agli spettacoli di strada, ai laboratori, con la partecipazione di giocolieri, maghi, clown, trampolieri, equilibristi, e ancora cabarettisti, illusionisti e cantastorie del panorama nazionale. Tra gli altri giochi sul liston ci sarà un foglio di 140 metri sul quale i bambini saranno chiamati a scrivere in successione una storia ciascuno.
immagini tratte dal pieghevole
Con un piccolo contributo (5 euro, che andranno a favore di associazioni che si occupano di bambini) sarà possibile partecipare a tutti i giochi (25 circa) e a tutti gli spettacoli (15 durante tutta la giornata). A tutti i bambini verrà inoltre regalato il libro “Piero Pelo d’Arancia”. Piero, ha gli occhi furbi “da volpe in fuga” e i capelli rosso fuoco. E' un bambino che ha fretta di crescere e diventare grande, una sorta di Peter Pan al contrario che snobba i suoi coetanei, va in palestra 4 volte alla settimana e guarda i telegiornali a ogni ora. E soprattutto, Piero non ride mai, come molti adulti. Basterà però l’incontro con alcuni personaggi non proprio a modo per fargli capire che essere bambini è bello, che sorridere riempie il cuore di gioia e che la spensieratezza e il gioco sono due cose a cui nessuno può rinunciare. Neanche l’adulto! La storia di Piero Pelo d’arancia è raccontata da Francesco Da Ponte presidente dell'Associazione Pomi d'ottone ed è illustrata da Marta Farina, giovane e capace "collega", mia conterranea .
un peperone piccolo rosso (grigliato in forno e pelato) 1 C olio 1 C limone 1 C sciroppo acero un pizzico di sale un pugnetto di gherigli di noci tostate un paio di C di acqua
Frullare tutto a crema. Ho azzardato una leggera spolveratina di caffè in polvere. Un pizzico appena (un terzo di cucchiaino), trovo ci stia davvero bene! L'ho servita con delle crêpes fatte con farina di ceci stemperata in acqua fredda, mescolata con mezzo spicchio di aglio tritato, mezzo cucchiaino di asafoetida, mezzo cucchiaino di curry, e la parte verde tritata di due cipollotti, un pizzico di bicarbonato e sale q.b. Le dosi sono rigorosamente ad occhio! ;-) In alternativa al cipollotto ho provato ad usare anche i semi di ajwan (grazie ad ElenaComida per la scoperta di questo link sulle spezie). Meglio se la pastella riposa un poco al fresco, ma in questo caso si aggiunga il bicarbonato solo all'ultimo minuto, prima di passare sulla padella unta e ben calda, come di consueto.
Non sembrerebbe male pensare di aumentare le dosi della salsa per farne una versione addensata con agar agar, da versare in piccole formine individuali. Se qualcuno ci prova, mi sappia dire!
"architetto per formazione, grafico per curiosità, illustratrice e pittrice per istinto, mamma per magica fortuna, pasticciona disordinata per vocazione"…
cobrizoperla@gmail.com
PERCHE' COBRIZO?
I BIJOUX DI COBRIZOPERLA
Un’illustrazione, un dipinto, un bijoux, forse una ricetta macrobiotica (ma non è un foodblog)...