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martedì 20 marzo 2018

Senza parole




Nell’Amleto, c'è una frase che recita più o meno così:
«Mai le parole senza i pensieri poterono salire al cielo».
Se dico una cosa senza pensarci, evidentemente non ha dunque alto valore.
Ma pensiamo anche ai tanti, bei, pensieri rimasti senza le parole.
Che delitto! Che occasione sprecata! 
Per fatica, per paura, per indolenza, per incapacità, per mancanza d'esercizio.
Comunque per resa.





mercoledì 24 gennaio 2018

Le lacrime al risveglio





"Stanotte è venuto a trovarmi.
Si è seduto sul letto accanto a me e ha appoggiato la sua mano sulle mie gambe pronunciando il mio nome"
"E tu?"
"Ho provato a rispondergli, ma la mia voce era strozzata in gola.
Ha atteso un attimo, poi si è alzato e se ne è andato, senza che io potessi fare nulla."
"Stai tranquilla. Era solo un sogno..."
"Certo. Ma le mie lacrime al risveglio, no. Era il mio papà"

da I sogni degli altri #26
Che cosa sono "I sogni degli altri"? qui

giovedì 11 febbraio 2016

Linee contorte



Scrivi, ti prego.
Due righe sole, almeno,
anche se l’animo è sconvolto
e i nervi non tengono più.
Ma ogni giorno.
A denti stretti, magari delle cretinate senza senso, 
ma scrivi.
Lo scrivere è una delle più ridicole e patetiche nostre illusioni.
Crediamo di fare cosa importante
tracciando delle contorte linee nere sopra la carta bianca.
Comunque, questo è il tuo mestiere,
che non ti sei scelto tu ma ti è venuto dalla sorte,
solo questa è la porta da cui,
se mai, potrai trovare scampo.
Scrivi, scrivi.
Alla fine, fra tonnellate di carta da buttare via,
una riga si potrà salvare. (Forse.)
Dino Buzzati




Disegna, ti prego.



venerdì 20 settembre 2013

Arrivederci, amico mio, arrivederci.


« Arrivederci, amico mio, arrivederci.
Mio caro, sei nel mio cuore.
Questa partenza predestinata promette che ci incontreremo ancora.
Arrivederci, amico mio, senza mano, senza parola.
Nessun dolore e nessuna tristezza dei sopraccigli.
In questa vita, morire non è una novità, ma, di certo, non lo è nemmeno vivere. »

Sergej Esenin




 Io resto a disegnare, te l'ho promesso.




mercoledì 12 dicembre 2012

A crumbled day: un giorno del cavolo... in briciole.

Non ricordo se l'ho già detto... ma la mia adorabile nonna Amabile (un nome, una verità) era solita dire:
"Co' i afari va mal, el corpo nol ha da patìr"
Traduco: quando gli affari vanno male, il corpo non deve patire.
Ovviamente per affari non intendeva necessariamente affari economici, ma in senso più ampio, affari di vita... percui lei sosteneva che fosse meglio non trascurarsi, ma mangiare, per sostenersi.

Con la tristezza nel cuore talvolta non è facile neppure mangiare. 
It's a crumbled day... e allora io scherzo così oggi (giocando con questo rosso irriverente in quest'immagine frivola che ho preparato per Salutiamoci), anche se non ci sarebbe nulla per cui scherzare, ma solo stare a guardare in silenzio il cielo azzurro e quanto belle sono le montagne oggi, anche per te.
Se è vero che "il cielo è di tutti gli occhi," siamo in tanti oggi lassù... e forse sarà un po' meno difficile...
ma accidenti:

Spiegatemi voi dunque,
in prosa od in versetti,
perché il cielo è uno solo
e la terra è tutta a pezzetti.
(G. R.)





 Crumble salato di cavolfiore al garam masala


il cavolo veste Prada ;-)


un cavolfiore bianco (sarà stato 1/2 kg crudo, mondato)
un cucchiaino di garam masala (o curry in alternativa)
2 cucchiai di olio e.v.o.
50 gr di farina di riso
20 gr di farina di ceci
50 gr di nocciole tostate tritate finemente
sale q.b.
acqua fredda q.b.

Lessare le cimette di cavolfiore al vapore o in acqua leggermente salata bollente (non dovranno essere troppo al dente ma un poco morbide).
Mescolare le farine con le nocciole, l'olio, il sale, il garam masala e poca acqua, quanta sarà sufficiente per ottenere un composto bricioloso simile a quello tipico del crumble (bastano poche cucchiaiate). Lasciar riposare al fresco.
Le mie ricette lasciano aperta ogni possibilità, lo sapete: a questo punto potrete allora lasciare le cimette integre del cavolfiore oppure ripassarlo in padella con un po' d'olio ed ancora un pizzico di garam masala e/o ricavarne una purea utilizzando lo schiacciapatate a fori grossi.
(io li ho cotti al vapore e poi ripassati in padella)
Porzionare comunque infine in cocottine da forno individuali (oppure usare un'unica teglia grande).
Coprire con l'impasto di pasta, pressandolo un poco.
Passare in forno per 10 min sotto il grill a 200° o q.b. a seconda del vostro forno, finchè la crosta sarà croccante.



lunedì 19 novembre 2012

Bluebird




C’è un uccellino blu nel mio cuore
che vuol venir fuori
ma io sono furbo,
lo faccio uscire solo qualche volta
di notte
quando tutti dormono.
Gli dico: -Io lo so che sei lì, quindi
non essere triste.-
Poi lo rimetto dentro
ma lui in quel frangente
canta un po’
(non l’ho fatto morire del tutto)
e in quel modo
dormiamo insieme
con il nostro patto segreto.
Ed è bello abbastanza
da far piangere
un uomo.






Ma io non piango,
e voi?
(C.B.)


qui la versione originale






giovedì 9 agosto 2012

A naso


Sono andata al cinema a vedere "Detachment".
Mi piace molto Adrien Brody. In questo film è un meraviglioso Gaber ammericano, bravissimo e commovente, (attorniato da un cast di gran pregio: Marcia Gay Harden, Lucy Liu, James Caan) che recita la parte di un insegnante apatico, anaffettivo e distaccato.

La trama non sarà chissà che, hanno detto taluni, - l'ennesimo film sulla scuola pubblica americana? - ma anche un film sul dolore, ed il distacco, come arma per sopportarlo, che racchiude involontariamente un'incelabile autenticità.
Nel film la citazione di Camus recita: "Non mi sono mai sentito allo stesso tempo cosí distaccato da me stesso e così presente nella realtà". Mi ha ricordato: "Chi ha subito un danno è pericoloso, perché sa di poter sopravvivere" di quest'altro film e ho ripensato all'illusione di credere di poter sempre e comunque bastare a sè stessi perchè vi si è abituati a doverlo fare.

“Io sono una non-persona: mi vedi ma sono vuoto.”
di quante non-persone ci si innamora nella vita, riflettendosi nei loro occhi per poi perdersi nella loro voragine che solo raddoppia il nostro vuoto? a voi non è mai accaduto?

Un film sull'insegnamento prima di tutto, su quell'intima relazione che si instaura tra maestro ed allievo e che va a sovrapporsi alla trama che già si è inevitabilmente tessuta tra quello stesso figlio e i suoi genitori.
Duro e sconquassante, anche se animato ed inframmezzato da graziose parentesi scarabocchiate sulle schermo in stop-motion e flash dal regista inglese Tony Kaye (che ho scoperto anche pittore), mi ha commossa in più di una sequenza lasciandomi addosso un senso di impotenza nel pensare a mio figlio.
Auspicandomi che non ripercorra i miei trascorsi scolastici, purtroppo segnati da un costante senso di inadeguatezza, angoscia e repressione per una classe docenti liceale davvero da ricovero psichiatrico, penso a quella linea sottile che divide la chiusura ed il distacco di un figlio-allievo che soffre in silenzio (con un buon rendimento scolastico che sembra solo un'inconsapevole riverenza verso i genitori) e la rabbia (e spesso uno scarso rendimento scolastico) invece di colui che si ritrova con sensibilità e talento schiacciati da insegnanti miopi e una famiglia assente o rigida ed impaurita.
No, non sono una di quelle figlie che scaricano ancora tutta la responsabilità sui genitori o gli insegnanti: sono grata di esservi sopravvissuta e di avere conosciuto la possibilità di superare il distacco e ho preferito sempre evitare di insegnare io stessa per il timore di scivolare inconsapevolmente nella rivalsa.
Non sono neppure una di quelle mamme che stanno sempre ed esclusivamente dalla parte dei figli, di fronte agli insegnanti. Anzi, mi rimprovero di essere spesso troppo severa verso me stessa e mio figlio, ma mi interrogo continuamente sulla possibilità di trovare una possibilità di svolta, tra l'imprinting della famiglia e quello della scuola, per dar voce invece all'essenza autentica dell'essere.
Ma esiste?

“Non è indispensabile essere forti, è importante sapere che le persone a volte mancano di consapevolezza.”e forse allora può aiutare solo il perdono?

"L'interesse richiede coraggio e il coraggio richiede carattere.
”
E' il mio mantra di questi giorni.

“Non basta avere qualcuno che ti insegni. A volte ci vuole qualcuno che ti aiuti.”

Un insegnante talvolta dovrebbe riflettere che se il "suo" metodo non dà risultati, forse può essere anche il metodo a non funzionare con "quell"'allievo. Quanto ho desiderato insegnanti che mirino ad incoraggiare gli alunni, ad accrescere la fiducia in se stessi e non a piegarne la volontà!
Che responsabilità però, poveri cristi, se ne sono consapevoli.

“L’unico modo per sopravvivere è poter preservare la nostra mente.”Parole sante. Punto e basta.
Peccato davvero, secondo me, che in Italia questo sia arrivato nelle sale quando la scuola è oramai chiusa e molti genitori ed insegnanti sono in vacanza!
Un sospiro di sollievo l'ho trovato e ve lo segnalo in questo video grazioso che riprende una bella frase di Robert Fulghum: “Tutto quello che mi serve sapere l'ho imparato all'asilo.”





grazie Carla :-)

venerdì 30 settembre 2011

Imbastiture e enjambements (muffins vegan con orzo, mandorle e nocciole)


La mamma di cappuccetto rosso prepara il cestino e accende il forno.
Trita, impasta velocemente e poi scappa da tutto e tutti, chiudendosi alle spalle la porta della cucina.
Quindi per mezz'ora si stende a leggere, con le gambe all'aria, al tepore regalatole da questo autunno generoso...


"... ed uscirono sane e salve sia Cappuccetto Rosso sia la nonna..."

"Non recidere, forbice, quel volto,
solo nella memoria che si sfolla,
non far del grande suo viso in ascolto
la mia nebbia di sempre."

Sono giorni in cui memoria, poesia e cucito si intrecciano magicamente tra mani, racconti e pensieri.
Cose apparentemente distantissime e nebulose appaiono chiare e di dipanano proprio come punti tessili che campeggiano prima insulsi sul tessuto, ma poi rivelano la loro ragion più ampia d'essere.
Esattamente parimenti al poeta che pone, all’interno del componimento, usando l’imbastitura, punti in cui è possibile penetrare il significato dell'intera poesia.
Questa è una storia in rosa, lunga una vita, anzi più vite, a dir la verità, che a pochi interesserebbe, però a me va di dire grazie qui, con un disegno e un dolcetto a ben due Silvie , in carne ed ossa, che ho incontrato in una serata speciale qualche giorno fa.
Non è un caso dunque che a questo nome ancora una volta si associ il verbo "rimembrare", nell'accezione di "dare al corpo qualcosa che il corpo non ha più".
Per il poeta è la figura retorica dell’enjambement sintattico ad offrire una porta che limita il verso precedente, perché lo chiude, ma allo stesso tempo apre a quello che viene al verso successivo. Implica una speranza, un’aspettativa non solo immaginata, ma anche percepita acusticamente e visivamente. Interamente fisica.
Forse come accade per il sarto con l'imbastitura?

..."ed alla man veloce

che percorrea la faticosa tela"...

Anzi, a pensarci bene, forse non è neppure un caso che quel signore che mi sovviene alla mente in queste associazioni d'idee mattutine (che ai più appariranno comprensibilmente solo deliranti) si chiamasse Giacomo.
E non è un caso neppure che, scavando molto a ritroso nella mia famiglia, abbia scoperto che ci son stati ben 4 sarti.
Come è bello quando alcuni cerchi si chiudono...
«Il segno quindi è qualche cosa che rende presente alla capacità dell’uomo di conoscere qualche cosa di altro da sé.» E' quindi qualcosa che comincia a farci capire un significato profondissimo, che non sapremmo altrimenti circoscrivere, né tanto meno spiegare fino in fondo.
Ecco perchè di-segno. Segno-di.
Ecco perchè sento sempre più impellente il desiderio di riprendere in mano ago e filo...



250 gr di farina integrale
50 gr di mandorle pelate
una manciata di nocciole tostate
3 cucchiaio di orzo solubile (sì, quello che si stempera solitamente in latte o acqua)
1 cucchiaio di cacao amaro
una bustina di cremortartaro
1 cucchiaino di bicarbonato
200 gr di soyatoo (panna vegetale)
85 gr di olio di mais
140 gr di fruttosio
un pizzico di sale

Tritare finemente le mandorle con la farina (per evitare che l'olio delle stesse si surriscaldi troppo con le lame). Aggiungere le nocciole tritate grossolanamente a coltello. Unire cremortartaro, bicarbonato e sale e mettere da parte.
Sciogliere nell'olio il fruttosio, l'orzo solubile e il cacao. Unire la panna di soya e mescolare bene.
Profumare eventualmente con arancia o altro, a piacere.
Mescolare i due composti, asciutto e liquido.
In forno a 180°C per 25 min

Servito, se si vuole esagerare, con gelato al pistacchio.




P.S.: a proposito di rosa, realizzo ora che, nel mese di ottobre, l’Italia e il resto del Mondo si tingeranno nuovamente di rosa, colore simbolo della lotta contro il tumore al seno.
Durante il mese i 395 Punti Prevenzione (ambulatori) LILT, la maggior parte dei quali all’interno delle 106 Sezioni Provinciali della Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori, saranno a disposizione per visite senologiche e controlli clinici strumentali.


Per conoscere giorni e orari di apertura dell’ambulatorio LILT a te più vicino, in cui effettuare anche esami di diagnosi precoce e controlli, vedi QUI.


venerdì 29 aprile 2011

Belluno Venezia Roma e ritorno: Tancredi

Ho visitato la mostra di Tancredi, a Feltre (BL).
Se avete l'opportunità, non fatevela scappare.
Concedetevi la piacevolezza di una passeggiata nella gradevole cittadina feltrina, salendo per via Paradiso fino al museo Carlo Rizzarda dove è allestita la mostra (di per sè già pregevole museo di arti decorative per la sua raccolta unica di oggetti in ferro battuto del primo Novecento), e ancora su, sino a piazza Maggiore, per poi riscendere per via Mezzaterra e terminare la gita, ad esempio, con un pranzo onesto e genuino al Crash, un'osteria che amo particolarmente.
Vi sentirete coccolati per tutto il giorno.
Quello che però a me è rimasto maggiormente negli occhi e nel cuore sono i colori e il tormento di quest'uomo, Tancredi Parmeggiani (ops, mio figlio è nato lo stesso giorno e nello stesso posto: Feltre, BL 1927 - Roma 1964), pittore eclettico e talentuoso degli anni cinquanta e sessanta, con una vita e una vicenda professionale unica che già lo contraddistinsero come genio e enfant prodige della nuova pittura italiana.
Al soffitto di una delle sale mirerete anche un enorme affresco (6 x 4 m) commissionato al Tancredi per la trattoria veneziana La Colomba, ritrovo di grandi protagonisti dell’arte moderna come Picasso, Vedova, De Chirico, Morandi, ecc.

l'allestimento della Colomba

Attraverso le 156 opere esposte potrete vedere esplorate tecniche diverse, orientate comunque verso la poetica informale.
Agli anni 50 risalgono le sue "Primavere", rappresentazioni di spazio cosmico, paesaggi universali con piccole pennellate quasi incontrollate e mosse che fanno pensare ad un prato infiorato.
Le Primavere ci parlano anche del suo incontro fondamentale con Peggy Guggenheim (forse un amore?).
La bizzarra collezionista e mecenate americana racconta: "Per Tancredi feci una delle rare eccezioni alla regola che mi ero imposta" accogliendolo nel suo Palazzo Venier dei Leoni a Venezia.
E ancora, raccontando nei dettagli la storia dell'incontro con l'artista: "Fin dal 1952 avevo finanziato un giovane pittore italiano di Feltre, che Bill Congdon mi aveva chiesto di aiutare, si chiamava Tancredi Parmeggiani, ma di solito usava soltanto il nome di battesimo, perchè il cognome ricordava troppo il formaggio. (...) era quello che in Italia si chiamava uno spazialista e le sue gouaches riempirono presto casa mia. Erano delicate ed aeree e fu molto facile venderle dopo il primo anno, durante il quale le avevo regalate a varie persone.
Siccome non avevo altro posto che la stanza degli ospiti per esporle e poi venderle, le accatastai sul letto, ma quando James Sweeney venne a Venezia e le vide, disse immediatamente: - Procura tele e colori a questo ragazzo, e lascia che si espanda: ha bisogno di spazio. -
Feci come mi era stato consigliato e i problemi di spazio diventarono tali che non seppi più dove esporre le tele. Per diversi anni Tancredi lavorò in cantina, e fu un gran sollievo quando se ne andò, perchè faceva impazzire i camerieri camminando per tutta la casa con le scarpe sporche di colore, tanto che dopo che se ne fu andato ci vollero quattro giorni per togliere tutto quel pasticcio dal pavimento dello studio, ora adibito al museo di Pollock."
(Lei donò al Moma NY la tela che lui le dedicò.)


La sua espressione malinconica... «Il viso pallido, fine, bello, un pò trasparente. Aveva come una sprovvedutezza infantile», scriveva Dino Buzzati.
(Una certa somiglianza a Tenco, a me pare perfino d'intravvedere. Stessi anni e stesso epilogo, del resto...)
"Io non so scrivere, forse riuscirò a dipingere quello che sento" pare rispondere allo scrittore conterraneo.

Il segno poi viene a coincidere con l'agire...
"Ho impiegato una forma molto semplice per controllare lo spazio, il puntino. " egli racconta, "Il punto è l'elemento geometrico meno misurabile che ci sia, ma il più immediato da ideare.
Qualunque forma relativa alle dimensioni del mio quadro ha per legge il vuoto da tutte le parti."

Ho apprezzato i primi disegni a matita, dal tratto pulito e senza incertezza.


Le Facezie, quelli che chiamati così eran scherzi, leggerezze, con un poco di amarezza...

I Diari Paesani, prove di grande felicità creativa, fioriti e colorati con la leggerezza di un ultimo sussulto di energia vitale, prima di soccombere alla malattia.


I suoi diari alla fine parlano dell'angoscia di fronte alla consapevolezza e l'impotenza dei divieti imposti all'artista internato: "Ho compreso come é proibito avere sonno, ridere, piangere, parlare e non parlare... sognare e non sognare... vivere e morire".
Nel 1964, in una sera settembrina, si getta nelle acque del Tevere, a soli 37 anni.


La corrente, a ritroso, oggi ti riporta nei luoghi natii, Tancredi caro.
Benvenuto a casa.
Grazie.
Puoi inzaccherare i pavimenti in libertà, ora, quanto vuoi.

Io intanto rincaso invece ripetendo le tue parole come un mantra:
"La sola cosa che posso fare è dipingere"... "La sola cosa che posso fare è dipingere"... "La sola cosa che posso fare è dipingere"...



il link alla mostra qui

(alcune delle foto sono prese in rete)

mercoledì 30 marzo 2011

Mousse (di pesce) al tè matcha

Il silenzio.
E' ciò che non si ode, ma ascolta, fecondo. E' terra, verde, è humus che raccoglie e custodisce, mentre il mondo gira sulle parole lubrificate con l'olio della pazienza. (come diceva più o meno, mi par di ricordare, Saramago)
Vorrei tanto riuscire a disegnare questo silenzio. Vorrei tanto colorare anche queste nostre parole che lo riempiono di sorrisi ed emozioni ritrovate, lì, in questi giorni.



Eppure non ci riesco. Ancora non ci riesco.
Mi racconto che i pennelli seri e pezzi del mio cuore son rimasti in chissà quali scatoloni che non riesco a trovar la forza, nè il tempo di aprire.
Ho bisogno di ri-prendermi un po', ora.
Mi metto ai fornelli con concentrazione, ma senza pregiudizi.
Mi viene una piccola idea, veloce, se non altro per un aperitivo (un'ouverture, più che un'entrée, considerato il mio contesto... il francesismo non è un caso, è evidente):
un omaggio per una persona importante della mia vita, che immagino apprezzerebbe per più di un motivo, in un mare di fiorellini e nuvolette di pancarrè, in pieno periodo di hanami, tra lacrime e sacrifici.
Con un bicchiere di vino. Forse due.

100 gr di sgombro lessato (andrà benissimo quello in vasetti, purchè al naturale)
4 cl di latte di soia non zuccherato
2 cl di olio d'oliva extra vergine leggero
un cucchiaino di polvere di tè matcha

Montare con le fruste elettriche come fosse una maionese.
Ne risulterà una mousse verde, leggermente sabbiosa, marina, e molto evocativa. Per me.
Sa di terra, di mare, ma è verde...




Nulla impedisce anche di cuocerla leggermente (e pure di addensarla ulteriormente con fecola o kuzu) e una volta raffreddata di frullarla nuovamente.


Si astengano i non estimatori di matcha e i deboli di cuore (questa la capisco solo io, pardon).




The edge of the deep green sea

Wave after wave after wave
It's all for her
"I know this can't be wrong" I say
...
"Why do you cry?
What did I say?"
"But it's just rain" I smile
Brushing my tears away...



la ciotola-tazza è un gradito regalo di Acilia







lunedì 14 marzo 2011

Non solo un assolo


Ho ricevuto una mail dal Giappone. I nostri cari amici Kimi e Shini (vedi qui) hanno risposto alla mia richiesta di avere loro notizie, dopo quanto tristemente accaduto in questi giorni.

Spero non me ne vogliano se ho pensato di riportare il testo della loro mail, perchè anche voi possiate vivere questo spezzone di realtà, dalle loro parole, al di là di quanto riportano i giornali, ma soprattutto per condividere la loro richiesta di pregare per loro.
Non parlo di preghiera limitatamente in senso cattolico cristiano, ma di pensiero e di comunione con quella gente.
Un tacito accordo
e, come letteralmente recitano i suoi molteplici significati, una conformità di opinioni, di intenti; un'intesa, un patto; un'emissione simultanea di più suoni, come concordanza tra soggetto e verbo.

Ricerco accordo, ecco, tra voi. (tra l'altro anche il nome "cuore" deriva dal latino cor, cordis)
L'improvvisazione richiede, comunque, accordo.
Come mi piacerebbe se per questa volta, ciascuno di voi battesse un colpo, passando di qui (un segno è sufficiente, non occorrono neppure parole, sollevandovi dal timore di scivolare nello scontato o nella banalità).
Non per Cobrizo: Cobrizo vorrà farsi solo cassa armonica. Per loro.

Ho chiacchierato in questi giorni con la mia cara amica Petula e con Stefania, la mia conterranea nippoblogger.
Entrambe mi hanno ricordato ancora una volta la grande dignità, la fiducia e il senso civile di quel popolo che io così poco conosco, ma da cui molto vorrei imparare.
A Stefania, in particolare, ho chiesto (analogamente a qui) se mi volesse aiutare a sintetizzare, in un ideogramma, questi pensieri d'accordo da aggiungere al mio disegno qui sopra.
La parola/ideogramma a cui lei ha immediatamente pensato è WA e il suo relativo ideogramma 和
WA, guarda caso, significa principalmente armonia. (basta così poco, penso e la catena già prosegue da sè...)
Dal dizionario giapponese, lei mi riporta, WA significa:
1. somma, addizione
2. pace.
3. armonia, concordia, amicizia
(e ancora, nota bene, in musica, WA + l'ideogramma di suono significa "accordo")
4. Giappone, giapponese

WA è cioè infatti il simbolo che i giapponesi usano per indicare se stessi, il loro paese, ciò che appartiene alla loro cultura!


"Hi Roberta,
thank you for worrying us.
Kimiake and I were not injured. But the studio was destroyed completely and a part of house too.
Aftershock is shaking continuously.
Electricity and water came back, we have enough foods and we have a room to sleep in a part of house where had less damage. Yesterday, firemen rescued the car from garage. So, for the moment we can survive ourselves.
Now, we have to worry about the accident of nuclear power station .
Thank you again and if someone ask about us please tell we are safe.
Also please pray for the earthquake victims.
Love.
Shin-ichi"


qui una traduzione (anche se approssimativa) per i pochi che so potrebbero faticare a comprendere il testo in inglese

qui il link per una donazione alla Croce Rossa Giapponese
qui il link per una donazione alla Croce Rossa Italiana


p.s.: qui sotto lascio un piccolo banner, da prelevare, per coloro che me lo hanno richiesto e desiderano condividere l'intento:



Ancora un p.s.: io pensavo fosse del tutto scontato, ma forse non lo è.
Il banner sopra è qui a disposizione per chiunque lo voglia. Mi farà ovviamente piacere che lo prendiate per i motivi che ho già detto, ma è opportuno anche che rimandi al link di questo post, per spiegarne il significato, per specificare le intenzioni di quella scritta "accordiamoci" e fornire i links per le donazioni.
Altrimenti, come in alcuni casi ho visto fare, apparirebbe come solo un quadratino colorato, no?
Grazie.

giovedì 10 marzo 2011

Prologo. Azione. Epilogo. DoNNe con eNNe.

[Prologo]
Mi illudo di delegare il mare a raccontare questa storia, come se già ogni conchiglia ne cristallizzasse un frangente.
Mi avvolgo nella mia, come un paguro e cerco conforto nella mia stessa paura.
In questi giorni non ci son parole.
Un rimestio senza fine, come il flusso delle onde.

Oggi, per caso (?!) ho trovato questo vecchio filmato relativo ad un lavoro di Heidi Bucher (qui), artista donna, non a caso, (1926-1993).
Purtroppo non ne comprendo il testo, ma fa nulla.



[Azione
]



E ancora un suo schizzo di una labirintica conchiglia e la foto di un bozzolo umano.



Ho pensato d'istinto subito a Nina (qui), quel filo sottile che disegna essenze, sciogliendo matasse aggrovigliate.
Ma non capivo. Ancora non capivo, pur avendole segnalato subito la visione del video.

Solo stasera ho ricominciato a respirare dopo l'apnea che è seguita al nostro incontro e alle tue parole, Nicoletta (v. qui).
Quell'interruzione del respiro nel gesto artistico come nel parto; quel pianto empatico nella commozione adulta, come nella distensione dei polmoni del neonato.
"Non è il mare che dice le parole".
Mi piace credere, N., che il blu, l'azzurro, il rosso siano i primi colori che il bambino percepisce già nel mare amniotico materno.
"Il potenziale cinetico"
Così mi spiego solo ora quanto ti ho detto oggi pomeriggio, quando un particolare cromatico mi ha attratta inspiegabilmente, inducendomi alla sosta davanti ad una tela, con meraviglia, semplicemente perchè prima d'ora non lo avevo mai contemplato, pur contenendolo da sempre.
Rothko optava per forme piatte " perchè distruggono l'illusione e rivelano la verità".
Le scelte degli uomini della nostra vita, abbiam notato tu ed io, hanno optato per il blu e il bianco, (acqua-aria?), tralasciando il rosso.
Noi, donne, madri, invece siamo ancor così piene di rosso, rotondo, bruciante...


[Epilogo]
In questi giorni per me tutto combacia, anche se nessuno, o quasi, capirà. Poco importa.
Non so neppure dove siano i miei pennelli e il mio scanner, per acquisire ed aggiungere qui anche solo uno mio schizzo, non è neppure collegato.
Eppure devo fermare quest'istante per me, per ricordare che non è un'illusione, ma una dichiarazione d'amore: "Ho troppo a cuore sia l'oggetto che il sogno per vederli dissolversi nell'inconsistenza vaporosa del ricordo e dell'allucinazione".
Un eNNesimo grazie.

Stasera solo ho capito, mentre scrivevo, che queste parole rotolano sulla sabbia partecipando anche a questa danza:



lunedì 11 ottobre 2010

Pizza vince su chiavetta: 3 a 1


Nutro una sorta di amore ed odio, di dipendenza e insieme repulsione per tutta la tecnologia che orbita intorno al computer e le sue applicazioni in rete.
Per distacco forzato dalla connessione a causa di questo trasloco, mi sono resa conto che si vive bene anche senza web o meglio che in molti spazi della giornata prima impiegati normalmente davanti allo schermo, ora mi è più facile davvero scegliere dichiaratamente tra il lavoro e lo svago, con risultati spesso più appaganti in entrambi i casi.
Mi dispiace però aver diradato i contatti con gli amici e i lettori e per questo motivo mi sono decisa a ricorrere ad una chiavetta, fino al momento in cui finalmente mi verrà ridata una linea fissa con relativa connessione.
C'era qualcosa che mi tratteneva, quel non so che che tirava sempre indietro, quella vocina che mi faceva sempre trovare qualcosa di meglio o di più urgente anzichè prendere la macchina e girare di operatore in operatore cercando la soluzione più adatta.
Neanche a dirlo quello che propone la pubblicità in tv è solo uno specchietto per le allodole (tra le altre cose abbiamo pure eliminato la tivù, dopo numerose riflessioni a riguardo e mi pare che anche questo abbia molti risvolti positivi, sia per Giacomo che per noi adulti, facendoci apprezzare maggiormente l'abitudine della lettura o di qualche ora di chiacchiere, coccole o sonno in più).
Salto a piè pari Tim per un'antipatia atavica risalente ad un passato contratto infelice e la mia ricerca ha inizio con un operatore Wind che mi zittisce, appena messo piede in negozio, dicendomi che la mia zona non è coperta (non abito in cima ad una montagna ma a 4 min di macchina dal centro in una zona residenziale ove altri accanto a me possiedono già l'adsl!); un altro di Vodafone mi dice che non sa che dirmi in proposito e che dovrei provare con un dispositivo prestatomi da un amico (?!), un altro infine di 3 mi vende la chiavetta, rassicurandomi sulla copertura certa, verificata da lui sul loro sito.
Per tre giorni si susseguono tentativi miei e suoi a vuoto per attivarla.
La scena della stesura e firma del contratto nello store di 3 si svolge mentre dietro di me un signore mi guarda con sguardo impietosito e manifesta rimostranze per un abbonamento mal funzionante da mesi, in tutt'altra zona della città. Ottime premesse, penso.
Ho speso ben 1h e tre quarti (non intendo in coda ma effettivamente durante tutta la procedura di attivazione in negozio) e il giorno successivo un'altra ora davanti alla porta chiusa dello stesso store quando mi sono recata nuovamente in cerca d'aiuto perchè, guarda caso, la chiavetta non funzionava. Nonostante lo store dovesse aprire alle 9.45, alle ore 11 ancora non era arrivato nessuno!
Ovviamente sia di mattina che di pomeriggio nessuno rispondeva neppure al telefono.
Il terzo giorno mi ha vista di nuovo davanti alla stessa porta, chiusa, dalle 9.45 (ora di dichiarata apertura sulla vetrofania) fino alle 11.30. Mi sono congelata perchè nelle vicinanze non c'è neppure un bar!
Ho ritrovato per la terza volta lo stesso signore conosciuto in coda il primo giorno dietro di me, di cui oramai, chiacchiera dopo chiacchiera sul marciapiede, conosco vita, morte e miracoli.
Stavo ormai per desistere, al primo starnuto, ma ha vinto la mia cocciutaggine percui, proprio mentre stavo per andarmene, è arrivato il responsabile dello store.
Benvenuto mio caro: sono le ore 11.30! Non avevo neppure più voglia di inveire.
Sono uscita dal negozio alle 12.10.
...
Ora, io mi chiedo, è possibile? Sono io che vivo in un posto dimenticato da dio (comunque un capoluogo di provincia)?
Ok, questa è la nostra italia dei servizi.

Ovviamente la chiavetta funziona a singhiozzo. Prima solo dal terrazzo. Poi solo in camera di Giacomo e, considerato che uso il computer quando lui dorme, il gioco è fatto...
Stamane mi trovo nel soppalco del sottotetto. Prima o poi mi ammazzo a salirci, visto che non c'è ancora la scala! ;-)

Impasto per disperazione 200 gr di farina bianca, 200 gr di semola di grano duro, una patata lessata e schiacciata, acqua q.b. (150-200 ml), un terzo di cubetto di lievito di birra (ben stemperato in un po' dell'acqua tiepida, un cucchiaino di sale, 3 cucchiai di olio d'oliva.
Faccio lievitare fino a raddoppio. Stendo sulla teglia del forno e lascio lievitare ancora mezz'ora. Condisco con 200 di pomodorini datterini tagliati a metà e passati in padella con olio, aglio, sale e origano e lascio lievitare ancora un quarto d'ora, giusto il tempo di portare il forno a 250°.
(Su metà teglia metto anche dei carciofi trifolati con olive e peperoncini.)
Inforno per 15 minuti e poi abbasso la temperatura e 200 per altri 5 minuti.
Nel mio nuovo forno 20 minuti sono stati sufficienti per una pizza-focaccia croccante fuori e morbida dentro.

Sto pensando di mettere in forno anche questa chiàvica di chiavetta...


lunedì 16 agosto 2010

La forma del mio cuore


Qualcuno di voi forse aveva letto questo mio vecchio post qui
Perchè lo cito nuovamente, vi chiederete.
Mi è accaduto di recente di conoscere Stefania, autrice del bel blog PianoB .
La cosa buffa è che Stefania ed io siamo nate nella stessa zona, cresciute tra le stesse montagne, le nostre case d'origine distano 15 minuti di macchina, ma non c'eravamo mai viste nè parlate prima d'ora. Solo grazie a curiosi giri in rete è accaduto che ci cercassimo e ci incontrassimo a quattr'occhi, proprio ora che i km che ci distanziano sono ben di più.
Lei conosce bene il giapponese e lo usa egregiamente per motivi professionali. La invidio molto, poichè il mondo nipponico mi affascina per più di un motivo... così, tra le altre chiacchiere, mi sono ricordata di una cosa e le ho chiesto una cortesia.



Questo ideogramma, (di cui parlavo nel post sopracitato) è rimasto nel mio cuore per i motivi che già scrissi allora. Se pur segno indelebile, nel tempo però ne ho perso involontariamente il significato letterale della grafia.
Stefania mi ha ri-spiegato dunque che l'ideogramma con cui talvolta mi firmo (qui ad esempio) è kokoro, 心 che in giapponese significa "cuore" ma allo stesso tempo anche anima, animo, spirito, pensiero, idea.
Insomma, quattro brevi tratti per un significato profondo, ha aggiunto.
Mi sono dunque chiesta se non fosse una firma troppo ambiziosa, ma so per certo di aver vissuto allora una splendida esperienza che desidero tenermi stretta, mettendolo ora nero su bianco anche qui.
Non poteva che essere un contatto di cuore a farla riaffiorare con grande emozione. Grazie Stefania!
Kokoro, mi ha detto, è inoltre il titolo originale di un romanzo giapponese che mi ha consigliato:
"Il cuore delle cose" di Natsume Soseki (vedi qui)
Cobrizo questa settimana sta finalmente traslocando, percui la lettura trova spazio in questi dì solo... in robusti scatoloni, ma mi fido del suo consiglio e, mentre io ne rimando la lettura a momenti più tranquilli, ho pensato intanto di girarlo anche a voi, che forse ve ne state in panciolle.


The shape of my heart...

In questi giorni di totale confusione in ogni cm quadrato che mi circonda, non sto più nella pelle per il nostro trasferimento, ma mi sento disorientata e in procinto di una forte scissione...





... But that's not the shape of my heart...

Pare assurdo, lo so, perchè potrebbe sembrare un'irrazionale perdita di tempo al fine dell'obiettivo ultimo, ma ho comunque bisogno di fermarmi qui e ritagliarmi brevi istanti in cui cerco nuovamente una forma.
Oggi, guarda caso, sono nati questi:




perle raku, corno e agata



info qui

venerdì 7 maggio 2010

Notti e giorni, giorni e notti...


"Gli specchi dovrebbero riflettere un momento,
prima di riflettere le immagini"




illustrazione mia per la copertina di "Notti e giorni"
di Alma Daddario e Sabatino Scia
http://www.unafavolaperprotesta.com/

L'uomo, a volte, ha cupe rappresentazioni del suo passato. Ne ha altrettante "angeliche" che, nella dimensione formale di frasi scritte, divengono veri "spirituals" che non hanno niente di tenero, ma che sono comparazioni tra sogno e realtà: nasce così la favola.
La favola non ha una funzione di catarsi, ma è "il possibile" nel suo farsi ed infonde la centralità dell'io, di ciò che di più irremovibile c'è nell'uomo...
[...]
Io non sono una persona che crede alla funzione scolastica della favola, ma trovo che la favola viaggi da sempre a lato di una poetica infantile che spesso con l'uomo, "adulto e maturo" è intransigente.
[...]
Se non ci fossero lupi cattivi, faine o volpi pazze, non ci sarebbero i demoni della creatività.
(dalla prefazione di Alda Merini del libro)


domenica 1 novembre 2009

"La mia voce pare lontana perchè telefono dal cielo"


Come hai detto tu, la vita è inarrestabile. Il prodigio della morte è l'arte di saper attendere in eterno.
Concludere una vita vuol dire rinunciare a morire.

E allora vola in alto, Alda.
Sempre con il tuo inseparabile rossetto e marchia a fuoco tutti i tuoi angeli amanti.


foto di Guido Harari

martedì 26 maggio 2009

Malinconia condivisa

So di essere un bastian contrario, una pecora nera... ho visitato Istanbul d'istinto e solo a posteriori ne leggo e mi documento, secondo le emozioni che mi ha lasciato.
Ora sento che desidero profondamente ritornare in questa città, come se non avessi colto qualcosa. O come se appositamente vi avessi scordato qualcosa, per ritornarvi...

Sabato, per caso, in libreria l'occhio mi è caduto su questo, che sto leggendo in questi giorni:


«Quando sono salito sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancora più bello di vedere le due rive assieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte tra le due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere.
Per me non esiste altra città, altra vita, che possa essere paragonata a Istanbul. Ci sono dei giorni che mi sento fortunato per il solo fatto di essere nato qui: le strade di Istanbul brulicano di così tante storie che da sole basterebbero a ispirare migliaia di scrittori per centinaia di anni. Altre volte questa stessa ricchezza mi fa sentire inadeguato.
Vivere, come ho fatto io, per mezzo secolo in una stessa città restandole fedele come si resta fedele a un destino, rende la città una parte del corpo e dell’anima di chi la abita.
Per me l’anima di Istanbul è come una buona amica che mi è sempre accanto e che riflette le mie gioie e le mie tristezze. Ma le città hanno un’anima? E se sì, cosa costituisce l’anima di una città? La sua grandezza, la sua cultura, la sua storia? L’immagine delle sue strade e dei suoi palazzi scolpita nella nostra memoria? Le sue folle o i suoi silenzi? Dove la riconoscete? Nelle sue giornate di nebbia o in quelle di sole? Lungo il fiume che l’attraversa o, come nel caso di Istanbul, sulle sponde del mare che penetra fin nel cuore dell’abitato? Dove avvertite la sua anima? Guardandola dall’alto di una collina o ascoltandone il mormorio in un sottopassaggio? Immersi nell’umidità del suo respiro? Forse l’anima di una città è ciò che avvertiamo la notte mentre, tutti insieme, ci agitiamo nervosi nel letto come animali stanchi, cullati dal suono delle sirene delle navi nella nebbia.
Sono convinto di una cosa: quest’anima non solo esiste, ma è in perenne mutamento e con essa si trasforma l’identità della città. La nuova e fiorente Istanbul di oggi non ha nulla a che fare con la città triste e provinciale di quando ero bambino. Vivere a Istanbul mi ricorda quanta solitudine può esserci in una folla. Nel suo mormorio interminabile percepisco le voci e il respiro della gente sfibrata, nelle strade ritrovo il fascino della vita, ma anche un sentimento di futilità, di vanità. Quel lasciarsi andare nella consapevolezza che mai nulla sarà integro, completo, perfetto.»
(da un articolo di O. Pamuk su Tuttolibri)



Vi lascio qualche foto, anche se non sono granchè...


Moschea Blu


vedute sul Bosforo
Palazzo Topkapi
Santa Sofia

venditore ambulante di simit, deliziose ciambelle salate con semi di sesamo
(questo però l'ho fotografato ad Izmir)





mercoledì 4 febbraio 2009

Ma scusa...

I Lor Signori che scaricano le mie illustrazioni per farsi cartoncini invito e d'auguri o chissà che altro potrebbero almeno dire qualcosa, o no?
Chessò, uno "scusa", "per piacere", "grazie" ... non fanno parte del Loro vocabolario?
......





mercoledì 19 novembre 2008

La vita vuole vivere


Sono qui. Ammaccata, triste, preoccupata. Ma impagabilmente viva.
Consapevole che nulla possiamo fare per cambiare ciò che è stato, ma col dovere di provare a cambiare ciò che sarà.

Nel dolore è più facile sentire. Ed è più facile mettersi in contatto con quella parte di sè che solitamente tace e spesso non vuole saperne di parlare od ascoltare gli altri.
Non si necessita neppure di tante parole (queste mie, anzi ;-), sono già troppe!).

E allora dai: si ricomincia.
La vita vuole vivere, come diceva qualcuno... Grazie C.