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mercoledì 24 gennaio 2018

Le lacrime al risveglio





"Stanotte è venuto a trovarmi.
Si è seduto sul letto accanto a me e ha appoggiato la sua mano sulle mie gambe pronunciando il mio nome"
"E tu?"
"Ho provato a rispondergli, ma la mia voce era strozzata in gola.
Ha atteso un attimo, poi si è alzato e se ne è andato, senza che io potessi fare nulla."
"Stai tranquilla. Era solo un sogno..."
"Certo. Ma le mie lacrime al risveglio, no. Era il mio papà"

da I sogni degli altri #26
Che cosa sono "I sogni degli altri"? qui

martedì 6 maggio 2014

Un tanto al braccio.

Da un quaderno di schizzi rispuntano corpi disegnati, che riposavano immobili, in attesa...
I disegni si destano all'improvviso, si rianimano, quando trovo parole giuste da cingere.
E così i due si abbracciano dolcemente su doppia pagina.





Quanto vale un abbraccio? Tre minuti. Un respiro. Una frase intera. Il tempo di un viaggio. Un corso. Otto passi. La notte verso le pianure. Una festa. Una telefonata. Noi, tutti piú giovani di quindici anni. Del corpo, l'abbraccio vale. Lascia l'idea, precisa: verso l'alto, verso il largo. Il maglione di lana. La medaglietta sul collo. Il fazzoletto passato sulla fronte. Le maniche arrotolate. Quanto pesa un abbraccio? Una parola di troppo, e due troppo poco. Di musica bella e di musica brutta. Di pavimenti duri. Di cemento. Di caviglie. Troppo caldo. Troppo freddo. Troppo larga , la distanza; o troppo stretta. L'abbraccio pesa, sul corpo: forma memoria, non ricordo. Quanto manca un abbraccio? Un morso, il tempo di un vuoto, una musica che non finisce. Una foto che manca. La fatica. Gli occhi, chiusi sulla sedia; a tirare il fiato. Il quarto non ce la faccio, hai detto. Non sono piú quello di una volta.  (Michela Fregona)

venerdì 20 settembre 2013

Arrivederci, amico mio, arrivederci.


« Arrivederci, amico mio, arrivederci.
Mio caro, sei nel mio cuore.
Questa partenza predestinata promette che ci incontreremo ancora.
Arrivederci, amico mio, senza mano, senza parola.
Nessun dolore e nessuna tristezza dei sopraccigli.
In questa vita, morire non è una novità, ma, di certo, non lo è nemmeno vivere. »

Sergej Esenin




 Io resto a disegnare, te l'ho promesso.




lunedì 15 ottobre 2012

Ruvida ma morbida (torta morbida di ceci)

Sono indietro su tutti i fronti. Ci sono illustrazioni, post, bijoux e altri lavori che aspettano, con accumulato ritardo... Io corro tra un corso pomeridiano e l'altro, con un libro in borsa e ritrovo, attraverso le pagine, amici belli che mi commuovono nel racconto del loro dolore, ma rinfrancati dalla saggezza che la maturità fortunatamente ci regala, anche se a prezzo di qualche magagna...

... Ma i grop i vien al pèten, l'è destin.
e dal vestito liss e inamidà,
sponta fora doi man da contadin
che me tradiss, beata verità...
 
Abbraccio e poi sento al telefono pezzi di vita che mi fanno vibrare, piangere e ridere insieme.
Poi le mie mani tornano ad impastare la pioggia.



Non è una farinata, nè assomiglia a questa  pur utilizzando le cipolle.

470 gr ca di ceci già lessati (evvabbè, per chi vuole anche in barattolo, ma almeno di vetro)
3 patate (ca 330 gr)
200  gr di latte di soia
60 gr di farina di riso
1 cucchiaino di curcuma
2+2 cucchiai di olio d'oliva e.v.
cinque cipolle rosse di tropea non troppo grandi
2 cucchiai di shoyu (salsa di soia più leggera del tamari)
1 cucchiaio di mirin (facoltativo, si può sostituire con una puntina di malto, invece di zucchero o miele, ché questi ultimi due non son concessi per partecipare al progetto di Salutiamoci)
2 cucchiai di acqua
un po' di peperoncino o qualche goccia di tabasco
due rametti di rosmarino
farina di mais integrale
sale q.b.

Scaldare 2 cucchiai d'olio in una teglia antiaderente ed appassirvi le cipolle a spicchi sottili, insieme al rosmarino tritato.
Quando saranno morbide e quasi cotte del tutto, alzate la fiamma e versateci sopra lo shoyu mescolato con il mirin, il peperoncino e l'acqua. Spegnere il fuoco e lasciar raffreddare.
A parte cuocere a vapore le patate (io a fette e in pentola a pressione per ridurre i tempi di cottura). Una volta raffreddate un poco, tritarle finemente con i ceci, il latte, un cucchiaio di olio, la curcuma e sale q.b. fino a farlo diventare un purè senza grumi.
Unire per ultimo la farina.
Ungere bene una teglia rotonda grande e cospargela di farina di mais.
Versare il purè e livellarlo.
Adagiarvi le cipolle a raggiera, premendovele un poco.
Nella pentola in cui vi erano le cipolle, aggiungere ancora un cucchiaio d'olio ed uno di shoyu, mescolando e asportando le parti precedenti caramellate del fondo di cottura. Versare questo condimento sulla torta e cospargere con un po' di farina di mais e ancora qualche ago di rosmarino.
Cuocere a 200° per 20 minuti (o anche meno a seconda del vostro forno: occhio a non seccarla!), quindi grigliare un po' affinchè la farina gialla faccia una crosticina croccante... e ruvida.
La torta rimarrà piacevolmente morbida e cremosa all'interno. ;-)

domenica 13 novembre 2011

Ridi, che la mamma ha fatto gli gnocchi!



Solo Giacomo (mio figlio), durante uno dei suoi giochi, poteva convincere Cobrizo (io, Roberta) a mettersi in testa una cofana gialla e fare click, la scorsa estate.
Ogni volta a vederla, adesso, vien da ridere.
Così, quando una gentil signorina ha chiesto a Roberta una foto-ritratto a corredo di un ameno abboccamento tra le due, lei non sapeva proprio che pesci pigliare, perchè di foto ne ha così poche, di sue.
Ma le è tornata in mente quella cofana buffa e così, sopra la testa di quel Cobrizopulcinella, ha disegnato un'idea golosa, talvolta dolce talvolta luminosa, ed ha deciso di togliere ogni maschera, anche perchè ben nasuta è già, di suo.


I cinque quesiti formulati dalla gentil signorina a Cobrizo qui (sì, insomma l'intervista di Elle a Tavola)



Solo oggi mi ritorna il mente anche un vecchio post scritto appunto su Pulcinella:

"Quando Pulcinella mangia la gallina Cicerenella, la pancia gli si gonfia all’inverosimile. Il dottore, prontamente accorso, libera da sotto la camicia di Pulcinella un grande uovo che Pulcinella si mette a covare. Il guscio si apre e ne esce un Pulcinellino, poi un altro… sono cinque i nuovi nati che, appena fuori dall’uovo, già vestiti e con le sembianze identiche a quelle del padre (che è al contempo loro madre) si buttano voraci su un piatto di maccheroni. A Venezia, i maccheroni diventano gnocchi. L’alto cappello a cono tronco del Pulcinella veneziano, altro non è che la pentola per cuocere gli gnocchi, rovesciata e indossata a mò di copertura del capo, e sempre pronta per la bisogna."

(da Hetty Paerl, Pulcinella. La misteriosa maschera della cultura europea, Apeiron 2002)
Il vecchio post su Pulcinella, con un disegno che era forse dunque premonitore qui

Roberta ringrazia infine la gentil signorina per il piacevole incontro, ma pure Cobrizo, con gratitudine, per averle fatto stretta compagnia in questi anni di blog.


venerdì 30 settembre 2011

Imbastiture e enjambements (muffins vegan con orzo, mandorle e nocciole)


La mamma di cappuccetto rosso prepara il cestino e accende il forno.
Trita, impasta velocemente e poi scappa da tutto e tutti, chiudendosi alle spalle la porta della cucina.
Quindi per mezz'ora si stende a leggere, con le gambe all'aria, al tepore regalatole da questo autunno generoso...


"... ed uscirono sane e salve sia Cappuccetto Rosso sia la nonna..."

"Non recidere, forbice, quel volto,
solo nella memoria che si sfolla,
non far del grande suo viso in ascolto
la mia nebbia di sempre."

Sono giorni in cui memoria, poesia e cucito si intrecciano magicamente tra mani, racconti e pensieri.
Cose apparentemente distantissime e nebulose appaiono chiare e di dipanano proprio come punti tessili che campeggiano prima insulsi sul tessuto, ma poi rivelano la loro ragion più ampia d'essere.
Esattamente parimenti al poeta che pone, all’interno del componimento, usando l’imbastitura, punti in cui è possibile penetrare il significato dell'intera poesia.
Questa è una storia in rosa, lunga una vita, anzi più vite, a dir la verità, che a pochi interesserebbe, però a me va di dire grazie qui, con un disegno e un dolcetto a ben due Silvie , in carne ed ossa, che ho incontrato in una serata speciale qualche giorno fa.
Non è un caso dunque che a questo nome ancora una volta si associ il verbo "rimembrare", nell'accezione di "dare al corpo qualcosa che il corpo non ha più".
Per il poeta è la figura retorica dell’enjambement sintattico ad offrire una porta che limita il verso precedente, perché lo chiude, ma allo stesso tempo apre a quello che viene al verso successivo. Implica una speranza, un’aspettativa non solo immaginata, ma anche percepita acusticamente e visivamente. Interamente fisica.
Forse come accade per il sarto con l'imbastitura?

..."ed alla man veloce

che percorrea la faticosa tela"...

Anzi, a pensarci bene, forse non è neppure un caso che quel signore che mi sovviene alla mente in queste associazioni d'idee mattutine (che ai più appariranno comprensibilmente solo deliranti) si chiamasse Giacomo.
E non è un caso neppure che, scavando molto a ritroso nella mia famiglia, abbia scoperto che ci son stati ben 4 sarti.
Come è bello quando alcuni cerchi si chiudono...
«Il segno quindi è qualche cosa che rende presente alla capacità dell’uomo di conoscere qualche cosa di altro da sé.» E' quindi qualcosa che comincia a farci capire un significato profondissimo, che non sapremmo altrimenti circoscrivere, né tanto meno spiegare fino in fondo.
Ecco perchè di-segno. Segno-di.
Ecco perchè sento sempre più impellente il desiderio di riprendere in mano ago e filo...



250 gr di farina integrale
50 gr di mandorle pelate
una manciata di nocciole tostate
3 cucchiaio di orzo solubile (sì, quello che si stempera solitamente in latte o acqua)
1 cucchiaio di cacao amaro
una bustina di cremortartaro
1 cucchiaino di bicarbonato
200 gr di soyatoo (panna vegetale)
85 gr di olio di mais
140 gr di fruttosio
un pizzico di sale

Tritare finemente le mandorle con la farina (per evitare che l'olio delle stesse si surriscaldi troppo con le lame). Aggiungere le nocciole tritate grossolanamente a coltello. Unire cremortartaro, bicarbonato e sale e mettere da parte.
Sciogliere nell'olio il fruttosio, l'orzo solubile e il cacao. Unire la panna di soya e mescolare bene.
Profumare eventualmente con arancia o altro, a piacere.
Mescolare i due composti, asciutto e liquido.
In forno a 180°C per 25 min

Servito, se si vuole esagerare, con gelato al pistacchio.




P.S.: a proposito di rosa, realizzo ora che, nel mese di ottobre, l’Italia e il resto del Mondo si tingeranno nuovamente di rosa, colore simbolo della lotta contro il tumore al seno.
Durante il mese i 395 Punti Prevenzione (ambulatori) LILT, la maggior parte dei quali all’interno delle 106 Sezioni Provinciali della Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori, saranno a disposizione per visite senologiche e controlli clinici strumentali.


Per conoscere giorni e orari di apertura dell’ambulatorio LILT a te più vicino, in cui effettuare anche esami di diagnosi precoce e controlli, vedi QUI.


lunedì 29 agosto 2011

Tauromachia a fiori

Zeus, padre di tutti gli dei, da sempre risaputo gioviale e libertino, nonchè marito infedele, perse la testa per Europa, splendida principessa fenicia, figlia del re Tiro.
La giovane era intenta a cogliere fiori in un prato quando Zeus decise di mostrarsi a lei.
Per evitare che la fanciulla lo riconoscesse, comparve sotto mentite spoglie, assumendo le sembianze di un toro bianco.



il Toro di Cobrizo # Cobrizo è del Toro.


Si stese ai suoi piedi e con pazienza riuscì a convincerla a salirgli sul dorso, inebriandola col profumo ed i colori dei fiori di campo.












Attraverso le onde del Mediterraneo, allora egli la condusse impavido, sulla sua groppa, sino a Creta.



E una volta lì giunti, su una spiaggia nei pressi di Gortina...

... tra un nescafè e l'altro... ;-)



generarono insieme Minosse, Radamante e Sarpedonte.

Il toro che aveva prestato le sue sembianze a Zeus fu trasformato in costellazione, con sommo piacere di Cobrizo, (che tra l'altro in quest'isola avrebbe pure messo radici se il biancore taurino non fosse incompatibile col solleone), ma gran sventura di coloro che debbono sopportarla sotto quest'infausta congiunzione astrale.
Tiro a segno.


mercoledì 24 agosto 2011

Un nodo al fazzoletto.

Un nodo al fazzoletto per non scordare un appuntamento, quel pomeriggio.
Sembra essere, questo, anno di incroci e riincontri memorabili, dopo tanti anni.



Ho impastato velocemente:(come per la torta della macropazienza, vedi qui)
150 gr di farina integrale
150 gr di farina bianca
70 gr di olio di mais bio (o d'oliva extra vergine dal sapore delicato)
110 gr di latte di riso non zuccherato
un cucchiaino di polvere di vaniglia (no vanillina)
una bustina di cremor tartaro
un pizzico di sale

Ho raccolto sul tavolo:10-15 susine viola-blu (ma si adatteranno benissimo pesche, albicocche, prugne)
un pugnetto di uvetta passa
qualche cucchiaio di purea di frutta fatta in casa (vedi come qui) o marmellata senza zucchero
mezzo cucchiaino di cannella in polvere (se piace, potete aggiungere anche un pizzico di polvere di chiodi di garofano)

Mescolato velocemente le farine, con cremortartaro, sale, vaniglia ed impastato con latte ed olio.
Foderato con la pasta una tortiera grande.
Bucherellato con la forchetta.
Stesa la purea di frutta, sparsa l'uvetta e aggiustatavi, sopra, ordinata a cerchi concentrici, la frutta tagliata in quarti.
Spolverizzata con la cannella.
Cotta in forno 25 min a 170°.




Torta e furoshiki eran pronti: - A "merendare" sul colle! -
Un nodo morbido come un abbraccio che ho riassaporato quel dì, dopo vent'anni, insieme a dolci ricordi.
Quattro bimbi in più, rispetto ad allora, pasticciavano intanto con le loro manine...

Ciao A., G. e N.


venerdì 29 aprile 2011

Belluno Venezia Roma e ritorno: Tancredi

Ho visitato la mostra di Tancredi, a Feltre (BL).
Se avete l'opportunità, non fatevela scappare.
Concedetevi la piacevolezza di una passeggiata nella gradevole cittadina feltrina, salendo per via Paradiso fino al museo Carlo Rizzarda dove è allestita la mostra (di per sè già pregevole museo di arti decorative per la sua raccolta unica di oggetti in ferro battuto del primo Novecento), e ancora su, sino a piazza Maggiore, per poi riscendere per via Mezzaterra e terminare la gita, ad esempio, con un pranzo onesto e genuino al Crash, un'osteria che amo particolarmente.
Vi sentirete coccolati per tutto il giorno.
Quello che però a me è rimasto maggiormente negli occhi e nel cuore sono i colori e il tormento di quest'uomo, Tancredi Parmeggiani (ops, mio figlio è nato lo stesso giorno e nello stesso posto: Feltre, BL 1927 - Roma 1964), pittore eclettico e talentuoso degli anni cinquanta e sessanta, con una vita e una vicenda professionale unica che già lo contraddistinsero come genio e enfant prodige della nuova pittura italiana.
Al soffitto di una delle sale mirerete anche un enorme affresco (6 x 4 m) commissionato al Tancredi per la trattoria veneziana La Colomba, ritrovo di grandi protagonisti dell’arte moderna come Picasso, Vedova, De Chirico, Morandi, ecc.

l'allestimento della Colomba

Attraverso le 156 opere esposte potrete vedere esplorate tecniche diverse, orientate comunque verso la poetica informale.
Agli anni 50 risalgono le sue "Primavere", rappresentazioni di spazio cosmico, paesaggi universali con piccole pennellate quasi incontrollate e mosse che fanno pensare ad un prato infiorato.
Le Primavere ci parlano anche del suo incontro fondamentale con Peggy Guggenheim (forse un amore?).
La bizzarra collezionista e mecenate americana racconta: "Per Tancredi feci una delle rare eccezioni alla regola che mi ero imposta" accogliendolo nel suo Palazzo Venier dei Leoni a Venezia.
E ancora, raccontando nei dettagli la storia dell'incontro con l'artista: "Fin dal 1952 avevo finanziato un giovane pittore italiano di Feltre, che Bill Congdon mi aveva chiesto di aiutare, si chiamava Tancredi Parmeggiani, ma di solito usava soltanto il nome di battesimo, perchè il cognome ricordava troppo il formaggio. (...) era quello che in Italia si chiamava uno spazialista e le sue gouaches riempirono presto casa mia. Erano delicate ed aeree e fu molto facile venderle dopo il primo anno, durante il quale le avevo regalate a varie persone.
Siccome non avevo altro posto che la stanza degli ospiti per esporle e poi venderle, le accatastai sul letto, ma quando James Sweeney venne a Venezia e le vide, disse immediatamente: - Procura tele e colori a questo ragazzo, e lascia che si espanda: ha bisogno di spazio. -
Feci come mi era stato consigliato e i problemi di spazio diventarono tali che non seppi più dove esporre le tele. Per diversi anni Tancredi lavorò in cantina, e fu un gran sollievo quando se ne andò, perchè faceva impazzire i camerieri camminando per tutta la casa con le scarpe sporche di colore, tanto che dopo che se ne fu andato ci vollero quattro giorni per togliere tutto quel pasticcio dal pavimento dello studio, ora adibito al museo di Pollock."
(Lei donò al Moma NY la tela che lui le dedicò.)


La sua espressione malinconica... «Il viso pallido, fine, bello, un pò trasparente. Aveva come una sprovvedutezza infantile», scriveva Dino Buzzati.
(Una certa somiglianza a Tenco, a me pare perfino d'intravvedere. Stessi anni e stesso epilogo, del resto...)
"Io non so scrivere, forse riuscirò a dipingere quello che sento" pare rispondere allo scrittore conterraneo.

Il segno poi viene a coincidere con l'agire...
"Ho impiegato una forma molto semplice per controllare lo spazio, il puntino. " egli racconta, "Il punto è l'elemento geometrico meno misurabile che ci sia, ma il più immediato da ideare.
Qualunque forma relativa alle dimensioni del mio quadro ha per legge il vuoto da tutte le parti."

Ho apprezzato i primi disegni a matita, dal tratto pulito e senza incertezza.


Le Facezie, quelli che chiamati così eran scherzi, leggerezze, con un poco di amarezza...

I Diari Paesani, prove di grande felicità creativa, fioriti e colorati con la leggerezza di un ultimo sussulto di energia vitale, prima di soccombere alla malattia.


I suoi diari alla fine parlano dell'angoscia di fronte alla consapevolezza e l'impotenza dei divieti imposti all'artista internato: "Ho compreso come é proibito avere sonno, ridere, piangere, parlare e non parlare... sognare e non sognare... vivere e morire".
Nel 1964, in una sera settembrina, si getta nelle acque del Tevere, a soli 37 anni.


La corrente, a ritroso, oggi ti riporta nei luoghi natii, Tancredi caro.
Benvenuto a casa.
Grazie.
Puoi inzaccherare i pavimenti in libertà, ora, quanto vuoi.

Io intanto rincaso invece ripetendo le tue parole come un mantra:
"La sola cosa che posso fare è dipingere"... "La sola cosa che posso fare è dipingere"... "La sola cosa che posso fare è dipingere"...



il link alla mostra qui

(alcune delle foto sono prese in rete)

lunedì 14 febbraio 2011

Yume




(yume=sogno)



la perla nera è in seta


A cavallo tra reminescenze di forme architettoniche che riaffiorano per bizzarre associazioni di idee, oggi, e sogni di cose ancora mai viste che profumano d'oriente, ogni tanto il japan mood riemerge...

La storia di Cobrizo e dell'ideogramma delle foto, qui


lunedì 16 agosto 2010

La forma del mio cuore


Qualcuno di voi forse aveva letto questo mio vecchio post qui
Perchè lo cito nuovamente, vi chiederete.
Mi è accaduto di recente di conoscere Stefania, autrice del bel blog PianoB .
La cosa buffa è che Stefania ed io siamo nate nella stessa zona, cresciute tra le stesse montagne, le nostre case d'origine distano 15 minuti di macchina, ma non c'eravamo mai viste nè parlate prima d'ora. Solo grazie a curiosi giri in rete è accaduto che ci cercassimo e ci incontrassimo a quattr'occhi, proprio ora che i km che ci distanziano sono ben di più.
Lei conosce bene il giapponese e lo usa egregiamente per motivi professionali. La invidio molto, poichè il mondo nipponico mi affascina per più di un motivo... così, tra le altre chiacchiere, mi sono ricordata di una cosa e le ho chiesto una cortesia.



Questo ideogramma, (di cui parlavo nel post sopracitato) è rimasto nel mio cuore per i motivi che già scrissi allora. Se pur segno indelebile, nel tempo però ne ho perso involontariamente il significato letterale della grafia.
Stefania mi ha ri-spiegato dunque che l'ideogramma con cui talvolta mi firmo (qui ad esempio) è kokoro, che in giapponese significa "cuore" ma allo stesso tempo anche anima, animo, spirito, pensiero, idea.
Insomma, quattro brevi tratti per un significato profondo, ha aggiunto.
Mi sono dunque chiesta se non fosse una firma troppo ambiziosa, ma so per certo di aver vissuto allora una splendida esperienza che desidero tenermi stretta, mettendolo ora nero su bianco anche qui.
Non poteva che essere un contatto di cuore a farla riaffiorare con grande emozione. Grazie Stefania!
Kokoro, mi ha detto, è inoltre il titolo originale di un romanzo giapponese che mi ha consigliato:
"Il cuore delle cose" di Natsume Soseki (vedi qui)
Cobrizo questa settimana sta finalmente traslocando, percui la lettura trova spazio in questi dì solo... in robusti scatoloni, ma mi fido del suo consiglio e, mentre io ne rimando la lettura a momenti più tranquilli, ho pensato intanto di girarlo anche a voi, che forse ve ne state in panciolle.


The shape of my heart...

In questi giorni di totale confusione in ogni cm quadrato che mi circonda, non sto più nella pelle per il nostro trasferimento, ma mi sento disorientata e in procinto di una forte scissione...





... But that's not the shape of my heart...

Pare assurdo, lo so, perchè potrebbe sembrare un'irrazionale perdita di tempo al fine dell'obiettivo ultimo, ma ho comunque bisogno di fermarmi qui e ritagliarmi brevi istanti in cui cerco nuovamente una forma.
Oggi, guarda caso, sono nati questi:




perle raku, corno e agata



info qui

venerdì 7 maggio 2010

Notti e giorni, giorni e notti...


"Gli specchi dovrebbero riflettere un momento,
prima di riflettere le immagini"




illustrazione mia per la copertina di "Notti e giorni"
di Alma Daddario e Sabatino Scia
http://www.unafavolaperprotesta.com/

L'uomo, a volte, ha cupe rappresentazioni del suo passato. Ne ha altrettante "angeliche" che, nella dimensione formale di frasi scritte, divengono veri "spirituals" che non hanno niente di tenero, ma che sono comparazioni tra sogno e realtà: nasce così la favola.
La favola non ha una funzione di catarsi, ma è "il possibile" nel suo farsi ed infonde la centralità dell'io, di ciò che di più irremovibile c'è nell'uomo...
[...]
Io non sono una persona che crede alla funzione scolastica della favola, ma trovo che la favola viaggi da sempre a lato di una poetica infantile che spesso con l'uomo, "adulto e maturo" è intransigente.
[...]
Se non ci fossero lupi cattivi, faine o volpi pazze, non ci sarebbero i demoni della creatività.
(dalla prefazione di Alda Merini del libro)


lunedì 28 dicembre 2009

Oche non si nasce ma... si diventa!


Dal titolo magari voi pensavate ad una ricetta con l'anatra, eh? No, no.
Le vacanze di Natale nei miei ricordi sono affollate da partite interminabili di Monopoly.
Giacomo è ovviamente ancora troppo piccolo per districarsi tra Vicolo Stretto e Parco della Vittoria, Società dell'acqua potabile e la Prigione.
Così la mia memoria deve pescare ancora più a ritroso...
Ci armiamo di foglio bianco e disegno un Gioco dell'Oca!
I giocatori sono impazienti e non mi lasciano il tempo per acquarelli e pennelli.
- Mamma sbrigati! - - Ma cosa si mangia stasera per cena? -
(- ma chi me l'ha fatto fare? -)
I pennarelli devono correre veloci e concludere il labirinto prima di notte.



Les jeux sont fait

ps: chi di voi si ricorda da quando si tira con un dado solo? Giocavate pagando una posta pecuniaria? vi risulta che facendo 9 al primo tiro e finendo quindi nella prima casella con l'oca si vinca direttamente la partita?

domenica 1 novembre 2009

"La mia voce pare lontana perchè telefono dal cielo"


Come hai detto tu, la vita è inarrestabile. Il prodigio della morte è l'arte di saper attendere in eterno.
Concludere una vita vuol dire rinunciare a morire.

E allora vola in alto, Alda.
Sempre con il tuo inseparabile rossetto e marchia a fuoco tutti i tuoi angeli amanti.


foto di Guido Harari

mercoledì 9 settembre 2009

Gnocchetti antitristezza

Colpa della temperatura che è scesa bruscamente a soli 12° (alle 8.30 del mattino), oggi in piena crisi malinconica da inizio autunno o meglio fine estate, mi sono dedicata ad impastare gnocchetti.
Operazione zen molto piacevole, che magicamente calma l'animo e rasserena la mente.
Poi se a fine giornata il tutto viene accompagnato da una bottiglia di Incrocio Manzoni, ci si infila sotto le coperte a fare tana, cotti e contenti, come scoiattolini con la pancia piena di noccioline! ;-)




Le dosi andrebbero bene forse anche per 4 ma noi, tre macrobiotici (o meglio due e mezzo?) morti di fame, ce li siamo spazzolati tutti senza battere ciglio! ;-)
Ho macinato 200 gr di grano saraceno bio (il grano saraceno è infatti riscaldante!) ed ho unito la farina ottenuta a 100 gr di farina bianca e a due cucchiai di semi di papavero (si capisce anche da qui che ne ho comperato un vagone, no?). Dunque ho impastato con acqua fredda (ho fatto ad occhio ma potevano essere all'incirca 200 cl) ed aggiustato con farina bianca q.b., se necessaria, affinchè l'impasto risulti asciutto, ma ancora morbido (consistenza a "lobo d'orecchio").
Ho lasciato riposare la palla dell'impasto in un pezzo di pellicola in frigo, per 20 minuti.
Quindi ne ho ricavato dei rotolini spessi come il mignolo, li ho tagliati a pezzetti minuti e li premuti ciascuno col pollice sull'attrezzo apposito, per rigarli.
Li ho fatti cuocere in acqua bollente salata, per 3-4 minuti.

Conditi con cavoletti di bruxelles saltati in padella, con cipolla rossa di tropea e sfilaccetti di seitan. Pepe e lievito in scaglie a piacere.






giovedì 28 maggio 2009

Sassi turchini

... e con i turchesi comperati al Gran Bazar e poco altro... (gli ami sono fatti a mano!)


info qui


martedì 26 maggio 2009

Malinconia condivisa

So di essere un bastian contrario, una pecora nera... ho visitato Istanbul d'istinto e solo a posteriori ne leggo e mi documento, secondo le emozioni che mi ha lasciato.
Ora sento che desidero profondamente ritornare in questa città, come se non avessi colto qualcosa. O come se appositamente vi avessi scordato qualcosa, per ritornarvi...

Sabato, per caso, in libreria l'occhio mi è caduto su questo, che sto leggendo in questi giorni:


«Quando sono salito sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancora più bello di vedere le due rive assieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte tra le due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere.
Per me non esiste altra città, altra vita, che possa essere paragonata a Istanbul. Ci sono dei giorni che mi sento fortunato per il solo fatto di essere nato qui: le strade di Istanbul brulicano di così tante storie che da sole basterebbero a ispirare migliaia di scrittori per centinaia di anni. Altre volte questa stessa ricchezza mi fa sentire inadeguato.
Vivere, come ho fatto io, per mezzo secolo in una stessa città restandole fedele come si resta fedele a un destino, rende la città una parte del corpo e dell’anima di chi la abita.
Per me l’anima di Istanbul è come una buona amica che mi è sempre accanto e che riflette le mie gioie e le mie tristezze. Ma le città hanno un’anima? E se sì, cosa costituisce l’anima di una città? La sua grandezza, la sua cultura, la sua storia? L’immagine delle sue strade e dei suoi palazzi scolpita nella nostra memoria? Le sue folle o i suoi silenzi? Dove la riconoscete? Nelle sue giornate di nebbia o in quelle di sole? Lungo il fiume che l’attraversa o, come nel caso di Istanbul, sulle sponde del mare che penetra fin nel cuore dell’abitato? Dove avvertite la sua anima? Guardandola dall’alto di una collina o ascoltandone il mormorio in un sottopassaggio? Immersi nell’umidità del suo respiro? Forse l’anima di una città è ciò che avvertiamo la notte mentre, tutti insieme, ci agitiamo nervosi nel letto come animali stanchi, cullati dal suono delle sirene delle navi nella nebbia.
Sono convinto di una cosa: quest’anima non solo esiste, ma è in perenne mutamento e con essa si trasforma l’identità della città. La nuova e fiorente Istanbul di oggi non ha nulla a che fare con la città triste e provinciale di quando ero bambino. Vivere a Istanbul mi ricorda quanta solitudine può esserci in una folla. Nel suo mormorio interminabile percepisco le voci e il respiro della gente sfibrata, nelle strade ritrovo il fascino della vita, ma anche un sentimento di futilità, di vanità. Quel lasciarsi andare nella consapevolezza che mai nulla sarà integro, completo, perfetto.»
(da un articolo di O. Pamuk su Tuttolibri)



Vi lascio qualche foto, anche se non sono granchè...


Moschea Blu


vedute sul Bosforo
Palazzo Topkapi
Santa Sofia

venditore ambulante di simit, deliziose ciambelle salate con semi di sesamo
(questo però l'ho fotografato ad Izmir)