Si fosse n'auciello, ogne matina vurria cantà 'ncoppa 'a fenesta toja: "Bongiorno, ammore mio, bongiorno, ammore!". E po' vurria zumpà 'ncoppa 'e capille e chiano chiano, comme a na carezza, cu stu beccuccio accussi piccerillo, mme te mangiasse 'e vase a pezzechillo... si fosse nu canario o nu cardillo. Antonio De Curtis
lo schizzo, forse più bello della tavola finita (come spesso succede!)
Pulcinella, d’altro canto, non è una “maschera” come le altre.
Un racconto tradizionale napoletano racconta:
Pulcinella sta ballando ed è allegro quando incontra una gallina, Cicerenella. Pulcinella la seduce e la monta, poi la arrostisce e sta per mangiarsela. Arriva Chirichichiò, il gallo, che riconosce la sua amata e vuole vendicare la sua miserevole fine. Chiama il suo amico Farfariello (che in napoletano è il diavolo); questi fa una “diavoleria” contro il responsabile Pulcinella. Quando Pulcinella mangia la gallina Cicerenella, la pancia gli si gonfia all’inverosimile. Il dottore, prontamente accorso, libera da sotto la camicia di Pulcinella un grande uovo che Pulcinella si mette a covare. Il guscio si apre e ne esce un Pulcinellino, poi un altro… sono cinque i nuovi nati che, appena fuori dall’uovo, già vestiti e con le sembianze identiche a quelle del padre (che è al contempo loro madre) si buttano voraci su un piatto di maccheroni. A Venezia, i maccheroni diventano gnocchi. L’alto cappello a cono tronco del Pulcinella veneziano, altro non è che la pentola per cuocere gli gnocchi, rovesciata e indossata a mò di copertura del capo, e sempre pronta per la bisogna.
(da Hetty Paerl, Pulcinella. La misteriosa maschera della cultura europea, Apeiron 2002)
Il nome (forse dal latino tardo pullicens, 'pulcino', usato nel senso di 'sempliciotto') sarebbe secondo alcuni da fare risalire alla voce chioccia del personaggio, o al naso a becco, o alla corruzione di un cognome diffuso a Napoli e dintorni, Pulcinello o Polsinelli.
Di zuppe di zucca ce ne sono tantissime. Io però questa volta ho calcato la mano sulla "Z": ci ho abbinato zenzero e zafferano.
Apparentemente biZZarra ma davvero buona! Garantisco.
300 gr di zucca mondata e tagliata a dadi
2 zucchine (se le ultime della stagione, altrimenti cardi, finocchi, rape o ciò che si preferisce)
2 cipolle bianche
1 cipollotto
2 cucchiai di olio extra vergine di oliva
2 spicchi di aglio
2 tazzine da caffè di lenticche decorticate (quelle arancioni)
1 cucchiaio di dado
1 litro di acqua calda
1 cucchiaio di succo di zenzero (grattuggiato e spremuto)
zafferano, un pizzico di stimmi
Rosolare dolcemente la cipolla nell'olio insieme all'aglio tritato. Aggiungere le lenticchie (lavate e sciacquate) e bagnare con metà dell'acqua e il dado. Far cuocere per 10 minuti. Unire la zucca con il resto dell'acqua, il cipollotto tagliato a rondelle e le zucchine a dadini. Cuocere ancora per 10 minuti a pentola coperta, o finchè le lenticchie sono morbide, quindi passare finemente al mixer metà della zuppa e riunirla al resto.
Intanto grattugiare e spremere lo zenzero. Unirlo alla fine, con lo zafferano (stemperato in un dito d'acqua tiepida), alla zuppa.
Cospargere con prezzemolo fresco tritato finemente.
Servire, a piacere, con pane integrale tostato.
Composto di giallo (=gioia) e rosso (=capacità di agire), l'arancione è il colore dell'ottimismo. Scioglie le tensioni, facilita la comunicazione e il buon umore. Questa zuppa arancione è dunque l'ideale per una cenetta tra amici, in queste fredde giornate! ;-)
E si amarono l'un l'altro sospesi su un filo di neve...
“È bianca. Dunque è una poesia. Una poesia di una grande purezza.
Congela la natura e la protegge. Dunque è una vernice. La più delicata vernice dell'inverno.
Si trasforma continuamente. Dunque è una calligrafia. Ci sono diecimila modi per scrivere la parola neve.
È sdrucciolevole. Dunque è una danza. Sulla neve ogni uomo può credersi funambolo.
Si muta in acqua. Dunque è una musica. In primavera trasforma fiumi e torrenti in sinfonie di note bianche.”
Maxence Fermine
illustrazione di Roberta Cadorin per il Consorzio Belluno Centro Storico.
Sono qui. Ammaccata, triste, preoccupata. Ma impagabilmente viva. Consapevole che nulla possiamo fare per cambiare ciò che è stato, ma col dovere di provare a cambiare ciò che sarà.
Nel dolore è più facile sentire. Ed è più facile mettersi in contatto con quella parte di sè che solitamente tace e spesso non vuole saperne di parlare od ascoltare gli altri. Non si necessita neppure di tante parole (queste mie, anzi ;-), sono già troppe!).
E allora dai: si ricomincia. La vita vuole vivere, come diceva qualcuno... Grazie C.
Ho qui il quadro che stavo preparando per te. Aspettava, aspettavo... non so bene cosa. Tempo, ispirazione, calma... Pensavo magari di riuscire a finirlo questo mese perchè tu lo potessi avere a natale.
Ora tu non ci sei più. E forse io, ora, non so neppure riprodurre più l'azzurro dei tuoi occhi su un pezzetto di carta. E' troppo tardi. Quell'azzurro si è già stemperato nel cielo...
Un'illustrazione vecchia, commissionatami tempo fa per un centro di accoglienza di immigrati, ripescata in questa giornata particolare, che sembra di svolta. Chissà che non sia solo un'impressione...
P.s: grazie a tutti per gli auguri! La febbre se n'è andata velocemente, ma adesso da tre gg sono paralizzata dal mal di schiena. Di disegnare dunque, al momento, proprio non c'è forza...
da Wikipedia: BEIGE. Il termine deriva dai vestiti creati con il "beige", un tessuto di lana lasciata del suo colore naturale. È stato poi utilizzato per indicare un vasto numero di sfumature chiare dai toni neutri. "Beige" viene usato, a volte, come simbolo o metafora di noia o apatia. Altri colori, usati a volte come sinonimi, sono: biscotto, cammello, crema, ecru, fungo, avena e sabbia.
Io amo il color tortora. Credo sia una tinta di altri tempi... Credo di esserlo pure io.
Eccomi ritornata. A casa ritrovo il papero, ma fabbricitante (ecco spiegato il titolo del post). Chiusi in casa da tre giorni, non si riesce a fare granchè... Proviamo a disegnare e a lavorare insieme di forbice e colla. Io faccio solo l'assistente: taglio i pezzi più complicati (da alcune stampe di Nespolo), mescolo il colore, spalmo la colla negli angolini... Il resto lo fa lui, anche i tratti a pennarello nero e bianco. Non sono male, no?
Vi risparmio una foto sul resto del "cantiere" ;-)
Uno ci prova, anche, a disegnare... ma poi se mentre disegna parla di calcoli, misure e pensa all'alleggerito che aspetta e ai serramenti che invece non arrivano... non c'è da meravigliarsi di cosa esca! ;-) Si appoggia all'arco e spera che sia fatto come dio comanda.
Solo la morte dice con franchezza – e non a quelli che con lei vanno: unicamente a chi rimane dopo il suo passare – che qualcosa è finito. Tutti gli altri fatti ed accadimenti nascondono il segreto della loro stessa fine, inavvertita al cuore e alla vista. Ma per fortuna non c’è certezza sopra il punto in cui una cosa finisce: conoscere sino alla fine sempre è dolore. Così tesse la vita i giorni e le notti dell’esistenza. E in quel pietoso non sapere, in quella trama di compassionevole oscurità, non manca mai il filo luminoso della speranza. (Eloy Sanchez Rosillo)
Com'è bello disegnare nuvole mentre fuori c'è il sole e il cielo è blu.
Ti ho sognato.
Ho passeggiato, poi, sabato in riva al mare e ancora, domenica, in montagna. Con il naso all'insù, a guardare il cielo.
Ho riflettuto...
Il pesce va mangiato fresco, ok, ma per disegnarlo si può aspettare anche qualche giorno...
I miei erano filetti di coda di rospo.
Ho deciso di lasciarli marinare nel succo di mezzo pompelmo, un po' di zenzero, un cipollotto tagliato ad anelli obliqui non troppo sottili e un pizzico di pepe di Sechuan.
Cotti in forno per 15- 20 minuti.
Serviti con una insalatina di dadi di sedano rapa sbollentati, mescolati a cubetti di avocado e gli spicchi pelati a vivo dell'altra metà del pompelmo. Tutto condito con un filo d'olio, succo di lime e sale q.b.
Ad accompagnare un po' di riso basmati.
Sono una figlia degli anni 60. I ricordi della mia infanzia sono legati ad una mia proverbiale inappetenza che preoccupava tutta la famiglia... I nonni allevavano le galline ruspanti e le uova fresche erano un regalo quotidiano. E così, nella speranza di farmi aumentare di qualche etto, il rosso veniva sbattuto a spuma con lo zucchero mentre, a parte, col frullino (manuale), veniva montato a neve l'albume. Et voilà, unite le due creme, una nuvola di spumosissimo zabaione ricostuente! Ricordo ancora che una delle due nonne mi faceva perfino assaggiare i savoiardi inzuppati in acqua e vermouth. ...non c'è da stupirsi poi che noi veneti abbiamo la nomea di ubriaconi! ;-))
Questi muffins salati sono stati fatti al volo, all'ultimo momento per la festina di compleanno di Giacomo. Pensavo a qualcosa di salato, accanto alla focaccia con olive e funghi... In casa non usiamo latticini da tempo (ecco qualche perchè) e quindi, con dosi un po' a naso, sono nati questi. Sono di una facilità e banalità imbarazzanti e non meriterebbero tanto ma almeno, se li scrivo qua, me li ricordo. E magari anche tu, Loretta, no?
200 gr di farina bianca 50 gr di maizena 200 gr di firm tofu tagliato a dadini (io ho usato quello alle mandorle&sesamo) un pugnetto di noci sgusciate e tritate grossolanamente (o mandorle o pistacchi) 1 C di rosmarino tritato (o timo o maggiorana) 80 gr di olio d'oliva extravergine 200 ml ca di latte di soia 1 bustina di cremor tartaro 1 c di sale 1 c di curcuma in polvere
Mescolare gli ingredienti liquidi tra loro e, a parte, quelli secchi. Unire gli uni agli altri, mescolando brevemente. Infornare in pirottini da muffins (anche quelli di alluminio usa e getta vanno benissimo, anzi meglio del silicone che sennò io uso solo con i pirottini di carta all'interno), riempiendoli per due terzi. Spolverizzare ciascuno con un po' di sesamo e cuocere in forno a 180° per venti minuti.