Per domenica le previsioni parlano nuovamente di neve. Eppure io son due giorni che sento profumo di primavera. Nelle mie narici fiori di pesco... il mio cuore batte a mille e i miei occhi, se pur stanchi, non hanno voglia di chiudersi...
Colmo di fiori è il pesco non tutti diverranno frutti, splendono limpidi come schiuma di rose per l’azzurra fuga delle nubi come fiori sbocciano i pensieri cento al giorno lasciali fiorire lascia alle cose il loro corso non domandare del raccolto occorrono anche giuoco e innocenza e fiori in abbondanza altrimenti il mondo ci sarebbe angusto e la vita priva di piacere.
(Herman Hesse, Il canto degli alberi)
Sono stanchissima ma all'erta... Infilo perle (rosa davvero), mi distruggo le mani, ma mi par di giocare.
L'astuccio trasparente di un sospiro, uscita dalla canna vola in giro, ballonzolando senza direzione, per farsi dondolar, come che sia, dall'aria stessa che la porta via. Una farfalla bianca, un certo giorno, vedendo quella palla cristallina, che rifletteva come una vetrina tutte le cose ch'essa aveva attorno, le andò incontro e la chiamò: - Sorella! Fatti ammirare! Oh, come sei bella! Son bella, si, ma duro troppo poco. La vita mia, che nasce per un gioco come la maggior parte delle cose, sta chiusa in una goccia. Tutto quanto finisce in una lacrima di pianto. ("La bolla di sapone" di Carlo Alberto Salustri, alias Trilussa)
Sembra assurdo provare a riprodurre una ricetta solo perchè ha un bel nome? A me è successo con la "Moqueca". La moqueca (pr. muchèca) è un piatto brasiliano, che io non ho mai assaggiato. Questo nome però mi piaceva e così ho voluto saperne di più. In sostanza è uno stufato cotto a lungo in pentole di coccio, con olio di palma, aglio, cipolla, pomodori, peperoni, ecc. Alcune versioni prevedono anche il latte di cocco e il lime, che conferiscono un sapore molto particolare. Mi attirava la versione di pesce, che solitamente prevede una marinatura preventiva. In loco, ho letto, si trova quella di aratu, una specie di vongola, di arraia (razza), di gamberi, di aragosta, di sirì (piccoli granchietti), oppure mista. Io oggi avevo solo dei semplici polpetti... e non mi trovavo, ahimé, a Bahia... quindi sono andata un po' di fantasia!
4 polpetti (circa 5oo gr) o l'equivalente se avete un'unica polpo grande (o piovra, che si dica) 250 pomodori datterini tagliati a metà (sbucciati dopo averli tuffati in acqua bollente) una cipolla rossa un peperone verde (non amo usare la verdura fuori stagione ma pare fosse questo un elemento indispensabile. io ne ho trovato uno, biologico, che sapeva incredibilmente davvero da peperone, anche a gennaio) 2 spicchi di aglio tritati un pezzo di zenzero (3 cm) grattugiato e spremuto un cucchiaio di olio 200 cl di latte di cocco un cucchiaio di burro di arachide (facoltativo) due limoni confit a pezzetti (sostituibili con succo e buccia di limone fresco a piacere)
Nell'olio rosolare appena cipolla, aglio e zenzero; aggiungere il burro d'arachide, i pomodori. A fuoco vivo unire i polpetti eviscerati e lavati. Dopo qualche minuto aggiungere il latte di cocco, un pizzico di sale, e lasciar cuocere per 30 minuti. A questo punto unire il peperone tagliato a pezzi non troppo piccoli coi limoni e portare a fine cottura (un'altra mezz'ora o più) anche a pentola scoperta se serve addensare. Guarnire con coriandolo fresco o prezzemolo tritato
Servire con riso basmati (in lingua originale l'accento cade sulla prima sillaba: bàsmati, che significa regina del profumo) o cous cous, ascoltando Maria Bethania o Caetano Veloso e assaporare sognando di avere i piedi nella sabbia.... ;-)
Il sugo alla fine è risultato abbondante.
Le possibilità sono molte: o si va di scarpetta alla grande, o si aumenta la quantità di pesce, o si riducono gli ingredienti per il sugo, o se ne congela un po' (come ho fatto io, per un'altro "viaggio" di fantasia).
"Tu ne cede malis, sed contra audentior ito." Non cedi ai mali, ma resisti con cuore più ardito (Virgilio, Aen., 6, 95)
Ancora pesce... (kamikaze!) o la va o la spacca...
Cotto 'sta volta
;-)
Salmone in satay con contorno di cavolo cappuccio e riso basmati
Ho lasciato marinare i filetti di salmone in un pesto di aglio, peperoncino, sale, zenzero fresco, cumino tritato, zucchero di canna (in dosi assolutamente ad occhio), stemperato con un un paio di cucchiai d'olio.
Tagliato finemente con la mandolina il cavolo cappuccio e cotto a parte il basmati.
Separatamente ho mescolato una tazza di latte di cocco, shoyu q.b., una punta di cucchiaino di pasta di tamarindo, un pizzico di curcuma, ancora un po' d'aglio e la scorza di un limone. Ho unito il tutto ad una manciata di arachidi non salate tritate finemente (sostituibili con un paio di cucchiai di burro d'arachide) e cotto a fuoco dolce per qualche minuto, finchè si raddensa un poco (eventualmente aggiungendo un pizzico di maizena stemperata in acqua fredda, se occorre).
Ho saltato a fuoco vivo il salmone in una pentola antiaderente senza condimento, da entrambi i lati.
Indi servito con la salsa, il riso e il cavolo fresco.
tavola per il concorso d'illustrazione di Bordano (testo di Marina Neri)
Altro che cura post natalizia detossinante! Nausea per due giorni e conseguente digiuno (con uso di soli Ume-Kuzu e Genmatcha, deglutiti a fatica) col timore di un'intossicazione da pesce crudo, al ristorante, che evidentemente non era freschissimo, il tutto condito da sospetto virus gastrointestinale influenzale... et voilà, come d'incanto ci si rimette in forma smagliante! Due kg in meno e in più una fiacca mortale! ;-)
Ho lasciato la porta aperta. Ti vedo entrare, oramai da qualche giorno. Sei curioso ma ti aggiri come fanno certi clienti titubanti che indietreggiano non appena sopraggiunge una commessa troppo invadente. Puoi guardare, curiosare, fermarti a pensare quanto vuoi. Ti prego, almeno non rubare, non sottrarre le cose da questo luogo di nascosto. Comunque sarebbe poco piacevole, anche se sei convinto che io non ti abbia visto. Se stai bene, ritorna, ritorna quando vuoi. Rimani quanto vuoi. Sarei bugiarda se non dicessi che mi fa piacere.
Qualche giorno fa disegnavo questo. Appuntando queste parole... Poi solo oggi in rete vengo a conoscenza del Delurking day che scopro ricorre puntualmente tra il 4 e il 12 gennaio. Un giorno dedicato ai "lurkers", osservatori silenziosi da dietro le quinte, che seguono con più o meno costanza i blogs, ma non vi lasciano traccia. Oggi dunque vi invito esplicitamente a dare una forma alla vostra presenza. Drinks e pasticcini. Si vous voulez...
Ecco un’altra finestra, dove ancora non dormono. Forse – bevono vino, forse – siedono così. O semplicemente – le due mani non staccano. In ogni casa, amico, c’è una finestra così. Né candele né lampade hanno acceso il buio: ma gli occhi insonni. Grido di distacchi e d’incontri: tu, finestra nella notte! Forse, centinaia di candele, forse, tre candele… Non c’è, non c’è per la mia mente quiete. Anche nella mia casa è entrata una cosa come questa. Prega, amico, per la casa insonne, per la finestra con la luce.
Ricambio gli auguri che in tanti mi avete fatto, con questa illustrazione. Grazie grazie grazie, a tutti. E ancora buone feste e felice anno nuovo a tutti coloro che passeranno di qua!
I vostri ricordi adolescenziali mi hanno aiutata a ricordare tante cose di quegli anni. Anche alcuni piccoli particolari che amavo molto come questo, ad esempio.
(una mia tavola illustrata per un racconto per il concorso di illustrazione diBordano , 2002)
...quando un ago diventa l-ago... (o forse era un dodici*?)
*Viene considerato il più sacro tra i numeri, insieme al tre e al sette. Il dodici è in stretta relazione con il tre, poiché la sua riduzione equivale a questo numero (12 = 1 + 2 = 3) e poiché è dato dalla moltiplicazione di 3 per 4. Il dodici indica la ricomposizione della totalità originaria, la discesa in terra di un modello cosmico di pienezza e di armonia. Infatti indica la conclusione di un ciclo compiuto. Il dodici è il simbolo della prova iniziatica fondamentale, che permette di passare da un piano ordinario ad un piano superiore, sacro. Il dodici possiede un significato esoterico molto marcato in quanto è associato alle prove fisiche e mistiche che deve compire l’iniziato. Superate le prove induce ad una trasformazione, in quanto il passaggio si compie su prove difficili, le uniche che portano ad una vera crescita. In molte culture i riti iniziatici si compiono all’età di dodici anni, dopo di che si entra in un’età adulta. (dalla rete)
"Ah, se potessi escluderti da tutti i regni interi".
Se questi sono versi dedicati all' "odiata minestrina" da Giacomo Leopardi nel 1809, appena undicenne, a casa nostra invece le minestre e le zuppe sono sempre ben viste, da grandi e piccoli.
(chissà non vengano a noia a voi, ora... "Piccola seccatura vi sembra ogni mattina dover mangiare a mensa la cara minestrina?" prosegue il vate).
Questa zuppa nasce da un invito scherzoso di Artemisia a proposito di lavoro, zuppe e zuppiere. ;-) Una storia un po' aggrovigliata perchè lei l'ha chiamata nordica, pensando alle mie terre bellunesi, ma io ci ho aggiunto le mie origini trevigiane, per parte di nonni materni, e la contaminazione pugliese, da parte della suocera.
Così mi sono autoinvitata da lei, solo virtualmente (purtroppo ;-)) e le ho detto che avrei potuto azzardare una cosa così... bellunesissimo fagiolo di lamon, radicchio trevigiano e dei cavatellini freschi fatti in casa, il tutto custodito in una bella zuppiera.
E continuando a pensare come armonizzare gli ingredienti, mi son detta, faccio un disegnino...
...ma poi mentre disegnavo, il radicchio chissà dove se n'è andato, per lasciare il posto all'ennesima zuccona! ;-)
Forse pensavo ancora alla sua bella zuppiera costoluta e bombata?
Fa niente... Anche questa versione in fondo potrebbe meritare una prova.
Per i cavatelli io impasto semola di grano duro ed acqua ad occhio, ma queste sono le proporzioni delle sorelle Simili:
600g di farina di semola di grano duro rimacinata
260/300g di acqua
Impasto brevemente (deve risultare un impasto duro altrimenti poi col riposo ammorbidisce troppo ed diventa più difficoltoso da lavorare) e lascio la palla sulla spianatoia coperta da una ciotola a riposare per almeno mezz'ora.
Lavoro la pasta formando dei rotolini sottili (max un cm di diametro o anche meno, a piacere). Li taglio a pezzetti regolari ad una lunghezza che può variare da un centimetro e mezzo (per zuppa) a tre centimetri (se asciutti). Prendo un pezzetto e tenendo indice e medio uniti (per i cavatelli molto lunghi anche l'anulare), schiaccio la punta delle dita, in linea, sul pezzetto di pasta, esercitando una pressione decisa e trascinandolo (da qui il termine pugliese "strascinati". ;-) e qui vi risparmio il termine originale e il mio accento pugliese!) sulla spianatoia di legno (in rete ci sono foto e filmati a gogò). Si formerà la concavità che meravigliosamente raccoglie il condimento.
In meridione ci sono mille versioni di impasto e formato. Qualcuno li fa anche con la punta del coltello. Noi invece ci divertiamo con le mani. Non vi dico il mio bambino!
Olio extravergine d'oliva (pugliese) e un po' di peperoncino fanno il resto.
Ad Artemisia e combriccola concedo pure una nevicata di pecorino romano ;-)!
Piove. Continua a piovere. Basta muoversi e ci si inzuppa.
E allora, altro giro, altra zuppa! pour d(ess)iner Cipolle, funghi, zucchine e legumi... e acqua, acqua, acqua...
3 zucchine piccole una cipolla bianca uno spicchio di aglio 1 cucchiaio di olio 2 cucchiai di funghi secchi (tagliati a pezzetti con la forbice) due gambi di broccoli (le cime le uso per altro) mezzo porro grosso o uno piccolo 1 tazza di ceci cotti (o 2 tazzine di lenticchie rosse crude) 1 litro di pioggia ;-) 1 cucchiaino di erbe provenzali secche (maggiorana, santoreggia, rosmarino, origano, timo, ecc.) 2 cucchiai di crema di mandorle 1 cucchiaino di sale pepe
Rosolare la cipolla nell'olio in una pentola di coccio. Aggiungere le lenticchie e le altre verdure a pezzi. Unire l'acqua calda, il sale, le erbe secche (se ne avete ancora di fresche sul balcone aggiungetele a fine cottura) e i funghi (se tagliati sottili non occorre neppure ammollarli) e cuocere per 15 minuti (20 minuti nel caso si usino le lenticchie crude). Se si desidera, passarne metà al setaccio. Lasciare riposare per un'oretta. Stemperare la crema di mandorle con un cucchiaio di acqua tiepida. Versare la salsina sui piatti di zuppa calda con una macinata di pepe al momento. Da bere NON ACQUA, per carità, ma rigorosamente vino rosso. ;-)
Riordino, archivio, cestino... ...poi ricompaiono questi miei. 2001, "Adamo e Eva". Mi fanno sorridere... Per strane coincidenze leggo qui e mi attira "Il diario di Adamo e Eva" di Mark Twain. Io non lo ho letto, ma mi incuriosisce. E voi?
Nè zelten, nè christhollen. Nè buche de noel, nè panettone. Nè pandoro, nè christmas pudding. Era solo un esperimento, ma mi è sembrato ben riuscito. (il disegno non è rappresentativo dell'effetto, of course).
Così ho deciso: è "il mio dolce natalizio"!
200 gr di farina bianca 70 gr di farina gialla fioretto 20 gr di burro di soia bio (occhio a cosa scegliete... alcuni son peggio del burro!) 70-80 gr di olio di mais bio 100 gr di malto di grano 80 gr di uvetta ammollata, asciugata ed infarinata 60 gr di noci cajou tagliate a coltello (o noci o mandorle) 150 gr di latte di riso 1 cucchiaio di mélange pour pain d'épices* 1 cucchiaino di cannella 2 cucchiai di scorza d'arancia candita a cubetti 3-4 gocce di essenza alimentare di mandarino bio una bustina di cremor tartaro un pizzico di sale
Mescolare gli ingredienti asciutti insieme (fatta eccezione per canditi, noci e uvetta). A parte unire quelli liquidi. Unire i due composti e lavorare bene. Aggiungendo ancora un goccio di latte, se necessario). Inglobare infine la frutta secca. Versare in una teglia da plumcake oliata e cuocere in forno per 35-40 min a 175°. (eventualmente controllare internamente la cottura con lo stuzzicadenti). Si conserva ottimo per qualche giorno. Si presta bene anche ad essere cotto in monoporzione (con tempi ovviamente ridotti). Se si desidera, servire con un filo di miele tiepido.
* miscela per il pain d'épices composta di zenzero, cannella, anice verde, chiodi di garofano, cardamomo, tutte in polvere
Verde per la speranza Bianco per la fede Rosso per la carità
Sarà mica patriottico, quest post-it, senza volerlo? ;-) o parla solo alle virtù teologali ... «Rivestiti della corazza della fede e della carità avendo come elmo la speranza» ? Non lo so proprio. Forse niente di tutto ciò. Niente di pretenzioso. Solo che stamattina butta così...
(durante il corso tenuto dal maestro illustratore ed incisore Maurizio Olivotto, frequentato a Sarmede)
e la lastra originale
"Un labirinto è la difesa a volte magica di un centro, di una ricchezza, di un significato. Penetrare in esso può essere un rituale iniziatico, come si vede grazie al mito di Teseo. Questo simbolismo costituisce il modello di qualsiasi esistenza la quale, attraverso una quantità di prove avanza verso il proprio centro, verso se stessa."
(Mircea Eliade, L'épreuve du labyrinthe, Paris, 1978)
Si fosse n'auciello, ogne matina vurria cantà 'ncoppa 'a fenesta toja: "Bongiorno, ammore mio, bongiorno, ammore!". E po' vurria zumpà 'ncoppa 'e capille e chiano chiano, comme a na carezza, cu stu beccuccio accussi piccerillo, mme te mangiasse 'e vase a pezzechillo... si fosse nu canario o nu cardillo. Antonio De Curtis
lo schizzo, forse più bello della tavola finita (come spesso succede!)
Pulcinella, d’altro canto, non è una “maschera” come le altre.
Un racconto tradizionale napoletano racconta:
Pulcinella sta ballando ed è allegro quando incontra una gallina, Cicerenella. Pulcinella la seduce e la monta, poi la arrostisce e sta per mangiarsela. Arriva Chirichichiò, il gallo, che riconosce la sua amata e vuole vendicare la sua miserevole fine. Chiama il suo amico Farfariello (che in napoletano è il diavolo); questi fa una “diavoleria” contro il responsabile Pulcinella. Quando Pulcinella mangia la gallina Cicerenella, la pancia gli si gonfia all’inverosimile. Il dottore, prontamente accorso, libera da sotto la camicia di Pulcinella un grande uovo che Pulcinella si mette a covare. Il guscio si apre e ne esce un Pulcinellino, poi un altro… sono cinque i nuovi nati che, appena fuori dall’uovo, già vestiti e con le sembianze identiche a quelle del padre (che è al contempo loro madre) si buttano voraci su un piatto di maccheroni. A Venezia, i maccheroni diventano gnocchi. L’alto cappello a cono tronco del Pulcinella veneziano, altro non è che la pentola per cuocere gli gnocchi, rovesciata e indossata a mò di copertura del capo, e sempre pronta per la bisogna.
(da Hetty Paerl, Pulcinella. La misteriosa maschera della cultura europea, Apeiron 2002)
Il nome (forse dal latino tardo pullicens, 'pulcino', usato nel senso di 'sempliciotto') sarebbe secondo alcuni da fare risalire alla voce chioccia del personaggio, o al naso a becco, o alla corruzione di un cognome diffuso a Napoli e dintorni, Pulcinello o Polsinelli.
Di zuppe di zucca ce ne sono tantissime. Io però questa volta ho calcato la mano sulla "Z": ci ho abbinato zenzero e zafferano.
Apparentemente biZZarra ma davvero buona! Garantisco.
300 gr di zucca mondata e tagliata a dadi
2 zucchine (se le ultime della stagione, altrimenti cardi, finocchi, rape o ciò che si preferisce)
2 cipolle bianche
1 cipollotto
2 cucchiai di olio extra vergine di oliva
2 spicchi di aglio
2 tazzine da caffè di lenticche decorticate (quelle arancioni)
1 cucchiaio di dado
1 litro di acqua calda
1 cucchiaio di succo di zenzero (grattuggiato e spremuto)
zafferano, un pizzico di stimmi
Rosolare dolcemente la cipolla nell'olio insieme all'aglio tritato. Aggiungere le lenticchie (lavate e sciacquate) e bagnare con metà dell'acqua e il dado. Far cuocere per 10 minuti. Unire la zucca con il resto dell'acqua, il cipollotto tagliato a rondelle e le zucchine a dadini. Cuocere ancora per 10 minuti a pentola coperta, o finchè le lenticchie sono morbide, quindi passare finemente al mixer metà della zuppa e riunirla al resto.
Intanto grattugiare e spremere lo zenzero. Unirlo alla fine, con lo zafferano (stemperato in un dito d'acqua tiepida), alla zuppa.
Cospargere con prezzemolo fresco tritato finemente.
Servire, a piacere, con pane integrale tostato.
Composto di giallo (=gioia) e rosso (=capacità di agire), l'arancione è il colore dell'ottimismo. Scioglie le tensioni, facilita la comunicazione e il buon umore. Questa zuppa arancione è dunque l'ideale per una cenetta tra amici, in queste fredde giornate! ;-)